di Elena Graceffa

Questo pezzo è apparso originariamente su ZYZZYVA numero 113, autunno 2018

Se Leslie avesse saputo che nel parco erano ammessi i cani senza guinzaglio, non avrebbe mai proposto di andarci. Ma il loro appartamento era pieno di scatoloni, da cui Daniel, quasi tre anni, continuava a tirare fuori cose alla rinfusa in cerca del suo kazoo viola, mentre Ben e Leslie discutevano sul da farsi. Quello scompiglio li aveva resi tutti irritabili e così, poco importava cosa ci fosse da fare, Leslie aveva tirato fuori il telefono, scorso la mappa del loro nuovo quartiere in cerca dell’area verde più vicina, e poi li aveva condotti tutti là.

«Sembra aria di pioggia» disse Ben. Stava seguendo Daniel, che gli correva davanti con aria spavalda chiedendo di essere rincorso, mentre Leslie spingeva il passeggino sul quale erano ammassati le giacche e lo zaino. Il cielo era basso e grigio e tuttavia uniforme, l’aria opprimente.

«Non ancora» disse lei, benché avesse pensato la stessa cosa.

Alla fine di quella via che era, stranamente, ormai la loro, Ben fece una deviazione in cerca di caffè, mentre Leslie e Daniel proseguirono per il parco. Si sentiva impacciata a inseguire Daniel e gestire, al contempo, il peso del passeggino, e si era pentita di non aver chiesto a Ben di portarlo con sé. Si chiese se la smania di caffeina del marito non fosse, di fatto, una smania di fuga. Mini-fughe, dalle quali tornava sempre con un souvenir fumante per lei.

Fu avvicinandosi al parco, lungo una dolce salita fiancheggiata da case ravvicinate, che Leslie vide il cane. Stava all’ingresso, appena dietro il cancello. Un rottweiler, benché all’inizio apparisse solo come una sagoma scura che si spostava tra la rete metallica e una panchina di legno, dove un ragazzo con indosso un k-way e pantaloncini da jogging era chino sul telefono. Alla fine l’animale si sedette, ansimando, a un paio di metri dal padrone. Emise alcuni latrati rauchi. Daniel alzò le braccia per essere preso in braccio e Leslie gli s’inginocchiò di fianco. «Va tutto bene» disse.

Da quando il golden retriever di sua sorella, Scout, l’aveva leccato in faccia, Daniel era diventato irrequieto in presenza dei cani, ne era attratto e al tempo stesso terrorizzato. Quando ne incontravano uno su un marciapiede, implorava Leslie di accarezzarlo per lui e piangeva se lei provava a guidargli la mano verso un fianco peloso, lontano dalla testa del cane. Leslie aveva visto i figli di sua sorella coccolare Scout con un amore talmente spontaneo da risultare struggente, e pensava che Daniel si stesse perdendo qualcosa di fondamentale. Una capacità che temeva suo figlio non avrebbe mai sviluppato. Non era di aiuto il fatto che lei stessa evitasse i cani appena possibile. Non le piacevano quei continui richiami di attenzione e i peli sparsi ovunque. Ma aveva capito che i cani le sarebbero dovuti piacere, che se fosse riuscita ad amarli con trasporto avrebbe attratto il genere d’uomo a cui pure piacciono i cani, il genere di uomo che sua sorella aveva sposato.

Da piccole, Suzie era quella che lanciava sassi agli scoiattoli e bruciacchiava le coccinelle con una lente d’ingrandimento, mentre Leslie quella che piangeva davanti a un animale investito per strada. Ma forse a contare era il fatto che a Suzie non dispiacesse sporcarsi le mani, mentre Leslie preferiva manifestare la propria rettitudine tenendosi a distanza.

Da adulta Suzie era impiegata nelle risorse umane, ma lei e Joel continuavano a cullare un qualche sogno bucolico: un B&B ai piedi di una montagna, un caseificio biologico. Qualche volta a Leslie dava fastidio il fatto che la loro visione della felicità, per quanto improbabile, fosse sempre altrove. Molto tempo prima, quando la sorella era sposata da neanche un anno, in mezzo alla settimana Leslie andava spesso a cena da lei e suo marito sentendosi, come una bambina, amata e sola al tempo stesso. Ben trovava che le persone fossero imperscrutabili, col loro essere nostalgiche di ogni genere di insensatezza. Pensava che i progetti di Suzie e Joel fossero da ingenui, mentre Leslie non faceva alcuna fatica a immaginarsi la sorella intenta a convincere una mucca riottosa a eseguire i suoi ordini. Sapeva sempre come ottenere ciò che voleva.

Leslie lavorava come archivista presso il museo universitario. All’inizio quel lavoro le piaceva – aprire una scatola per scoprire un qualche frammento di storia che sarebbe potuto andare perso – ma dopo un po’ aveva iniziato ad avere l’impressione che ciò che stava facendo, per quanto durevole nel tempo, fosse essenzialmente marginale. Si trattava di far restare intatte, con grande meticolosità e all’interno di stanze gelide, cose che stavano lentamente marcendo. Dopo l’arrivo di Daniel era passata al part-time.

Al cancello Leslie si fermò, aspettando che il ragazzo finisse di armeggiare con il telefono e si accorgesse di aver lasciato il cane senza guinzaglio all’ingresso del parco. L’espressione cascante del rottweiler di certo era docile, ma le sue dimensioni imponenti e il collo massiccio, che si allargava fino a confluire nella massa voluminosa del petto e delle spalle, la mettevano a disagio. D’un tratto l’umida lingua penzoloni dalla bocca aperta le parve oscena. Finse che la sua esitazione fosse dovuta a Daniel. In ogni caso, ipotizzò che le regole fossero dalla sua. Ma quando Leslie incrociò lo sguardo del padrone, e lui non si mosse né scusò, ne fu turbata.

Non voleva che Daniel avvertisse la sua paura. Forse era già troppo tardi; al suo fianco, lo vide farsi più irrequieto. «Guarda, un cagnolino» disse lei, sforzandosi di usare un tono quanto più possibile allegro. «Ci sorride». Aprì il cancello e, usando il passeggino come protezione, prese Daniel per mano e lo condusse verso le altalene e lo scivolo. Parcheggiò il passeggino sul bordo del vialetto e seguì Daniel fino alla sabbiera, dove fra i secchielli e le palette scoloriti dal sole giaceva una bambolina spettinata con gli occhi spalancati. Leslie si sentì sollevata di aver raggiunto il porto sicuro dell’area giochi, e poi stupida per essersi preoccupata.

Le tornò in mente una frase, da una discussione animata avuta con Ben, anche se, fra il trambusto di impacchettare, traslocare e restare incinta che era stato quell’ultimo anno e mezzo, non ne ricordava più il contesto. «Certo che a volte la tua sensibilità è puro egoismo». Quella frecciata le era rimasta dentro. Non tanto per le parole in sé, quanto per la luce negli occhi di Ben nel pronunciarle, un lampo inusuale di autocompiacimento dietro il quale Leslie non riusciva a scorgere nient’altro. In quel momento c’era stata una minuscola frattura, un accenno a un’altra versione dei fatti che all’improvviso l’aveva stordita al punto da sentir cedere le gambe, lasciandola in ginocchio. Poi il Ben di sempre l’aveva aiutata a rialzarsi, accompagnandola verso una sedia della cucina. «Capita di dire certe cose quando si è arrabbiati» aveva aggiunto, con ancora una punta di durezza nella voce che non permise a Leslie di capire se per lui fosse un modo per chiederle scusa o rimproverarla ancora. Aveva annuito. «Non pensarci più» aveva detto lui. E sebbene lei ci pensasse ancora, aveva esteso leggermente il tempo prima e dopo quell’episodio, per coprire lo strappo, come si fa con la pasta frolla.

 

L’area giochi di per sé era insignificante, un piccolo spazio ricoperto di trucioli non lontano dalla recinzione; ma oltre il vialetto il parco si apriva su una grande distesa d’erba, dove un levriero stava afferrando una palla da tennis per riportarla a una donna che stringeva un guantone rosso. Al limitare del prato, un boschetto di salici gettava ombra su un ponticello che conduceva a un oscuro accenno di palude. Fu allora che Leslie si accorse del cartello − «I cani devono essere tenuti al guinzaglio nell’area giochi» − e d’un tratto capì, dall’implicito opposto di quell’affermazione, la noncuranza dell’uomo con il rottweiler e della donna che faceva allenare il levriero.

Subito dopo il pensiero corse a Ben, che in quel momento doveva essere, inevitabilmente, diretto verso di loro. L’avversione di Ben per i cani era più viscerale della sua, di certo meno dissimulata. Detestava quel modo dei padroni di dire sempre che i loro cani erano buoni, come se mitigasse qualsiasi altra loro azione. La prima volta che lo sentì inveire contro di loro (quella gente se ne va in giro con delle armi vive e vegete, aveva sbraitato), al quinto o sesto appuntamento, Leslie fu colta dall’inquietudine, ma credette di aver decifrato in quell’astio, in realtà, una maschera volta a coprire una paura sottostante, e glielo perdonò. Ben era alto, con morbidi capelli lisci che ricadevano su spalle strette, un professore di ingegneria in procinto di ottenere una cattedra presso una prestigiosa università. Il suo lavoro, le aveva spiegato qualche appuntamento prima, consisteva nello studiare come delle comuni sostanze cambiavano una volta ridotte a un singolo strato di atomi, e lei aveva estrapolato dalla scienza una saggezza poetica più profonda sul carattere delle persone, quello di lui in particolare. Il fatto che Ben a volte fosse suscettibile le faceva semplicemente apprezzare ancora di più la sorpresa dell’amore timido, devoto che le aveva manifestato. Era tornato a casa in condizioni pietose dopo il loro primo appuntamento. Tanto era intensa la forza delle nascenti speranze, tanto profonda la sua paura di rovinare tutto, le avrebbe rivelato in un secondo momento, che era dovuto andare nella toilette dell’Atomic Bean Café a vomitare il muffin e il caffè. Dopo una cosa del genere, come avrebbe potuto non amarlo?

Dopo che Suzie, Joel e i bambini avevano adottato Scout, Ben aveva evitato di andare a casa loro, con l’aiuto di una serie di scuse comunicate da Leslie. Ogni volta Suzie aggrottava la fronte e Leslie si sentiva avvampare in viso. Avrebbe potuto puntare i piedi e pretendere la presenza di Ben, come la spingeva a fare Suzie – tu lo assecondi troppo, sai, le aveva detto una volta, per poi tornare a ripeterglielo in continuazione con lo sguardo – ma la paura di Leslie di andare incontro a una discussione aveva avuto la meglio persino sul bisogno dell’approvazione di sua sorella.

Suzie era di un anno più piccola, ma le dinamiche si erano invertite dopo la pubertà, quando era Leslie a sfruttare la popolarità di Suzie nella giungla sociale del liceo, e in qualche modo la situazione era sempre rimasta invariata. In quel periodo, Leslie lasciava che Suzie le facesse il contorno occhi con la matita e la spingesse verso ragazzi dinoccolati con il ciuffo davanti agli occhi, che Leslie baciava più che altro per farla contenta. Al college avevano preso strade diverse, per poi tornare a vivere insieme in un appartamento in cui gli armadi delle camere, per quanto li strofinassero, continuavano a emanare un odore di abete finto. Leslie all’epoca stava finendo l’università, e Suzie faceva la cameriera, pagando tutto quanto eccedesse la quota di affitto della sorella. Condividevano i vestiti e lo stesso gruppo di amici, e ciascuna sentiva l’altra fare sesso attraverso le pareti sottili color pastello. Dopo una serie di ragazzi tenebrosi e taciturni che Leslie le invidiava, ma ai quali non sapeva che dire al mattino davanti a un caffè, Suzie restò incinta, sposò Joel e si trasferì, il tutto prima che Leslie iniziasse a frequentare qualcuno a cui associare la parola

Joel, né tenebroso né taciturno, non era il tipo di Suzie. Insegnava musica e suonava la chitarra, con buoni risultati ma senza ambizioni. Era basso e un po’ tarchiato, con una massa di ricci e un vuoto tra i due denti davanti, come un bambino. Faceva la sua comparsa ogni volta che Joel faceva un sorriso sufficientemente grande, cosa che accadeva spesso. Leslie lo aveva sempre considerato un amabile – se non addirittura invidiabile – conversatore.

In quei giorni, quando Ben non andava con lei da sua sorella, era Joel a metterla al riparo dalla disapprovazione di Suzie. Le gettava le braccia al collo, le spettinava i capelli e poi si inginocchiava davanti a Daniel. Coi bambini Joel era naturale, spontaneo, anche se una volta, quando Suzie le aveva confessato che il marito era tutt’altro che intraprendente a letto, Leslie ci aveva intravisto più che altro un tentativo di schivare altre questioni, alla Peter Pan. Quella confessione era arrivata proprio nel periodo in cui Leslie aveva iniziato a uscire con Ben, e così si era immaginata di aver finalmente vinto al tacito gioco delle coppie con sua sorella.

E in effetti sembrava che le cose stessero proprio così. Dopotutto, ecco lei e Ben – la loro relazione aveva superato l’assurdo sospetto di Ben, dopo un anno di matrimonio, che Leslie fosse innamorata di Joel, aveva superato quei primi mesi insonni dopo l’arrivo di Daniel, e l’assurda situazione della causa contro i progettisti, dopo aver comprato una casa che tecnicamente ancora non esisteva – ecco lei e Ben con un appartamento più bello di quello di Suzie e Joel, in un quartiere migliore, lei con in grembo il segreto di una nuova vita − una femmina, avevano saputo − senza neanche l’ombra delle nausee mattutine. Suzie era quella che attirava sempre l’attenzione, con i suoi grandi occhi verdi e le labbra delicate che formavano una perfetta O di sgomento, ma si era lasciata andare dopo il matrimonio e i figli, felice di indossare tute e mangiare quel che le pareva, come se la bellezza fosse un peso del quale poteva finalmente sbarazzarsi. La gravidanza, invece, aveva trasformato la tonicità di Leslie in una sorta di morbida eleganza, che aveva messo in risalto con capelli corti e orecchini pendenti. Lei e Ben facevano ancora sesso con una certa costanza, ancora si raccontavano a vicenda gli incubi, ancora si dicevano ti amo con sincerità. Se a volte Leslie pensava che forse un giorno avrebbero dovuto smembrare quelle pareti immacolate e fresche a causa di un guasto, per trovarvi macchie di muffa a comporre una mappa oscura, se a volte temeva che la vita che aveva in grembo si sarebbe spenta, se a volte immaginava, accompagnando Daniel in piscina o in ludoteca, le fauci di un SUV che azzannavano la loro macchina dal lato del figlio, era solo perché provava una felicità più o meno perfetta.

Inventare scuse con sua sorella, attraversare la strada per evitare un cane qua e là: quelli sembravano piccoli prezzi da pagare. Ben era un tipo difficile, ma lei aveva un’influenza positiva, lo dicevano tutti. Faceva affidamento sull’ottimismo di lei, sulla sua affabilità in pubblico e, da parte sua, Leslie aveva sempre desiderato che qualcuno avesse bisogno di lei in quel modo, nel modo in cui lei aveva avuto bisogno di Suzie, nel modo in cui Suzie – benché non sembrasse più affatto Suzie, irriconoscibile nella sua depressione post-partum – aveva avuto bisogno di lei una volta, per un breve periodo.

Ora, realizzando la condivisione del parco, Leslie pensò che forse avrebbe dovuto intercettare Ben prima che arrivasse e dirgli di fare un’altra strada. «Che ne dici se cerchiamo un altro parco?» chiese a Daniel.

«Perché?» disse lui, alzando gli occhi con sguardo accusatorio dal punto in cui stava ricoprendo il busto della bambola con la sabbia.

«Non lo so» rispose lei. «Magari ne troviamo uno ancora più bello. Con uno di quegli scivoli con tante curve come piacciono a te».

«No, no, no» gridò Daniel, pungolando l’aria con la paletta, e Leslie cedette. In ogni caso, il rottweiler era uscito dal cancello e, al suo posto, lungo il vialetto stava arrivando una madre con due figli. L’idea di avere compagnia, seppure di estranei, le fece tornare il buon umore. Le piaceva il modo in cui, al parco giochi, si poteva assistere alle minuscole tragedie delle altre famiglie nascondendosi dietro l’invisibilità materna. Magari il bambino avrebbe voluto la bambola della sorellina, oppure la madre avrebbe voluto che entrambi finissero la merenda prima di mettersi a giocare. Alla fine la cosa si sarebbe risolta, nel bene o nel male, ma nel momento del contrasto quel che si sarebbero detti sarebbe stato sempre in qualche modo sbagliato, e l’universalità di questa imperfezione la confortava.

Alla fine Ben arrivò senza trovare cani sulla sua strada, con il caffè per entrambi, e si sedette accanto a Leslie sul bordo della sabbiera, dove Ben iniziò a indirizzare le attenzioni di Daniel nel riempire il secchiello e svuotarlo componendo un elaborato paesaggio urbano. Leslie si era curata di mettere nello zaino una mela e del formaggio ed era persino riuscita a trovare un coltello sul fondo di uno scatolone contenente diversi utensili da cucina. Quando Daniel si stufò di seguire il progetto del padre, accettò gli spicchi che sua madre aveva tagliato, spingendoseli in bocca dal palmo della mano con un’intensità placida che Leslie prese per amore.

Concentrati com’erano tutti e tre nelle loro occupazioni, all’inizio non si accorsero del rottweiler e del suo padrone, intenti a tornare indietro lungo il vialetto. Fu solo quando Daniel disse: «Guardate! Il cane fa la pipì!», che lo videro tirare su la zampa per spruzzare il tessuto rosso del passeggino.

«Ehi» gridò Leslie, nel momento stesso in cui se ne accorse anche il padrone, che comandò al rottweiler di allontanarsi e poi lo strattonò dal collare, ormai troppo tardi.

«Scusate» disse il padrone. Alzò la mano con un sorriso imbarazzato.

«Scusi lei» rispose Leslie automaticamente. «Non avrei dovuto lasciarlo sul vialetto». Si alzò in piedi, con l’intenzione di avvicinarsi al ragazzo, che però si avviò di nuovo verso il prato. Il cane lo seguì.

«Ah però» intervenne solidale l’altra madre dalla panchina alle loro spalle. «Non riesco a credere che il tipo se la sia data a gambe in quel modo». Leslie si voltò verso di lei rivolgendole un sorriso di gratitudine.

Stava ancora sorridendo quando si girò di nuovo. Nonostante l’irritazione del momento, nella sua mente immaginava già l’accaduto come un episodio divertente da raccontare agli amici davanti a un drink. Poi vide la faccia di Ben, gli occhi socchiusi, la mandibola serrata. «Ma che cazzo» disse lui. Parlava a voce bassa, ogni consonante un’esplosione.

«Ben,» disse lei, alzando le sopracciglia per indicare Daniel «modera il linguaggio».

«E ti sei pure scusata». Lo disse senza guardarla.

«Cosa?» fece Daniel, con l’espressione che aveva sempre quando capiva l’urgenza, ma non il significato, dei loro scambi.

«Niente di che» disse Leslie. «Quel cane ha solo fatto la pipì sul nostro passeggino».

«Quel cane ha fatto la pipì sul nostro passeggino!» ripeté Daniel con entusiasmo.

Con la coda dell’occhio Leslie vide un movimento, il marito che si allontanava da loro a grandi passi sul prato.

All’inizio pensò che fosse uno di quei soliti gesti plateali ma futili, dai quali gli uomini traggono tanta gratificazione o che si sentono tenuti a fare in situazioni del genere. L’uomo e il cane erano piuttosto lontani ormai, quasi non si vedevano più fra gli alberi, e Ben non era un maratoneta. A volte, al mattino, faceva qualche esercizio di yoga nello studio appena fuori dalla loro stanza: albero, bastone, cane a testa in su, cane a testa in giù, guerriero. E di nuovo. Prima dell’arrivo di Daniel, Leslie restava a guardarlo sulla soglia per osservarne lo sforzo. Quando alla fine Ben si metteva nella posizione del bambino, gli si avvicinava e, quando lui si girava, gli sedeva sopra a cavalcioni finché il respiro di Ben non si faceva di nuovo affannoso. Ma a Ben non era mai venuta l’idea di andare a correre insieme, con lo spirito cameratesco delle altre coppie di loro conoscenza. Leslie aveva visto solo il papà svogliato che corricchiava dietro a Daniel per inseguirlo, perciò in quel momento fu scioccata dalla velocità con la quale Ben aveva cominciato, tutt’a un tratto, a recuperare terreno.

«Lascia stare, Ben» gli gridò disperata, ma era già quasi arrivato al ponte e alla boscaglia palustre che si apriva all’altro capo. Pensò di seguirlo, ma non poteva lasciare Daniel da solo, e anche se l’avesse raggiunto non avrebbe saputo cosa fare. Quindi si limitò a restare lì, senza fare niente, con la mente svuotata.

«Dove va papà?» chiese Daniel.

«Niente» disse Leslie. Tutto il suo corpo aveva cominciato a tremare. D’istinto, si portò le mani al grembo, anche se non si sentiva ancora nulla.

«Voglio vedere la pipì». Daniel le prese la mano, e Leslie fu grata per quel minuscolo peso nella sua. La riscosse dalla paralisi. Era quello, ovviamente, il ruolo che doveva svolgere: la madre.

Si avviarono verso il passeggino. «Dov’è la pipì?» chiese Daniel, e Leslie indicò la macchia scura sul sedile e sulla manica penzolante della propria giacca.

«Non toccare, okay?»

Daniel annuì.

Leslie trovò delle salviettine in borsa e pulì alla bell’e meglio. A casa, da qualche parte in uno scatolone con su scritto BIANCHERIA, c’era lo spray giusto, completo di falsa promessa che tutto è reversibile.

Quando Ben tornò, dieci minuti più tardi, aveva i capelli davanti alla faccia e schizzi di fango sulle ginocchia dei pantaloni color cachi. Camminava piano ora, e in un primo momento Leslie provò soltanto sollievo.

«Che è successo?» chiese quando Ben li raggiunse.

«L’avrei ucciso, quel cane». Non si sforzò nemmeno di abbassare la voce. Non sembrava provare vergogna, era semplicemente contrariato.

«Cosa?» disse lei, anche se aveva capito benissimo. E poi, dato che non riusciva nemmeno a controbattere a quello che lui stava realmente dicendo: «Ben, santo cielo, non dire queste cose davanti a Daniel».

«Cosa? Che voleva fare papà?» chiese Daniel, con gli occhi spalancati per la paura o lo stupore, o entrambi, ma nessuno gli rispose.

«Perché?» chiese Ben a Leslie.

«Perché? Perché vogliamo che impari un po’ di empatia» rispose lei, riuscendo a malapena a non urlare.

«Chiedendo scusa senza motivo?» rispose stizzito Ben, e fu in quel momento che Leslie si accorse della lama del coltello che sporgeva dal pugno destro del marito.

«Avevi preso il coltello?» La sua voce diventò quasi un sussurro. Sentì montare il panico , l’ondata familiare di sopore che aveva già avvertito una volta in passato, quando lei e Ben avevano discusso animatamente come se neanche si conoscessero, e che avrebbe provato di nuovo, quindici mesi dopo, seduta sul sedile del passeggero nella macchina di Joel.

Era il periodo in cui Daniel era entrato in una fase in cui picchiava talmente forte che lei andava a chiudersi in bagno per sfuggirgli, una fase della quale, giusto o meno che fosse, attribuiva la colpa a Ben. E poi, come se non bastasse, le elezioni erano state un disastro, contro ogni previsione, e il giorno dopo Leslie aveva visto Joel in una folla di volti su un treno serale. Ben era andato a letto presto la sera prima, febbricitante per l’influenza, convinto che i risultati non sarebbero mai arrivati quella sera bensì giorni o settimane più tardi, e lei era rimasta in piedi da sola, un orecchio rivolto al piccolo mentre la mappa diventava sempre più rossa e gli opinionisti si affannavano ad aggiornare la situazione. Sul treno, tra i pendolari assorti sul loro tragitto come se nulla fosse, il sollievo della familiarità l’aveva invasa come una sensazione fisica. Leslie e Joel si erano abbracciati come sempre, un po’ rigidamente senza Suzie a fare da collante, per poi parlare delle elezioni con lo shock vertiginoso di una cosa a lungo temuta, che ormai era diventata realtà. Avevano fatto confronti con la Germania nazista, per poi ritrarsi, imbarazzati, da quel paragone. Si erano chiesti come si faceva a stabilire quando una cosa era un’aberrazione e quando invece era il momento di fuggire. Joel le aveva offerto un passaggio, e lei era salita in macchina con lui.

Nell’auto parcheggiata, la sensazione di vicinanza data dal treno affollato si era dissolta, e Leslie, tutt’altro che pronta a rinunciarvi, si era ritrovata a raccontare a Joel cose che non aveva detto a nessuno di quella giornata al parco. Il volto di Leslie era rigato di lacrime e Joel le aveva messo la mano sulla sua, sul portaoggetti, lasciandola lì a lungo. «Avrei dovuto sposare qualcuno come te» aveva detto Leslie per rompere il silenzio. Ma quando si era voltata verso di lui, vedendo che la stava già guardando, non aveva più gli occhi pieni di lacrime, ma scintillanti di determinazione alla tenue luce dell’abitacolo.

Joel aveva lasciato la mano dov’era, accarezzandole due volte il viso con le nocche dell’altra mano e avvicinando pericolosamente le labbra a quelle di lei prima di allontanarsi. «Non voglio dire di non provare niente. È solo che, fatto questo, io non sarei più la persona che tu ora desideri». Leslie aveva sentito una stretta allo stomaco, come un tuffo nel vuoto. Avrebbe potuto essere elettrizzante, ma in quel caso non lo era. Aveva pensato al modo in cui lei e Joel si erano presi cura di quel primo bambino insieme, nelle prime settimane di vita, quando Suzie non era più in sé, arrabbiata e inerme. Alla delicatezza con la quale se lo passavano di mano, alla cura con cui lo scrutavano sul tappeto decorato di allegri animali della foresta, entrambi pieni di premure. In tutti quegli anni avevano condiviso una sorta di tacita alleanza tra custodi. E ora, di punto in bianco, ecco che Leslie si stava comportando in modo avventato. Era stata davvero stupida a pensare che Joel l’avrebbe salvata se si fosse buttata.

Nell’auto vicina, un’altra donna la guardava con espressione vacua, e Leslie si sorprese a desiderare in modo illogico che fosse Suzie, ferita e sconvolta, così almeno avrebbe potuto dire che era successo qualcosa. Leslie era un’archivista e una donna, e sapeva che le cose non documentate alla fine cessano di esistere. Nello stesso modo in cui – il coltello senza sangue, il respiro intatto dell’animale – sarebbero potuti tornare al trasloco e alle ecografie, con solo una piccola modifica sulla mappa, una terra di nessuno dove un tempo c’era un parco. A quel punto Leslie avrebbe sentito il mondo che perdeva i sensi, il proprio corpo che galleggiava nella posizione del morto per uscire dal panico. Ma sarebbe subentrato qualcosa, l’odore di cane bagnato, con la sua immediatezza maleodorante, che le giungeva all’improvviso dalla tappezzeria, anche se era sempre stato lì, quindi stavolta tenne gli occhi aperti.

Nel parco, l’istante prima di sprofondare, pensò di aver visto uno sguardo scioccato sul volto dell’altra madre. «È buono, non si preoccupi» aveva detto Leslie, o forse solo pensato, mentre i trucioli le premevano contro le ginocchia scoperte.

 

Non parlarono più della faccenda del cane, perché si resero conto di non riuscirci. Di certo non qui, non davanti a Daniel, non oggi, forse non prima di molto tempo. Daniel voleva andare sullo scivolo, e Ben lo accompagnò.

Leslie aspettava da sempre che la sua buona sorte si esaurisse: sarebbe crollata la casa, lei o Ben si sarebbero ammalati gravemente, avrebbero perso un figlio. Fino a quel momento aveva temuto un avvenimento fortuito. Ma no, si rendeva conto ora, era sempre stato lì tutto il tempo, era colpa sua. Perché lei lo conosceva questo aspetto del marito, no? Solo che aveva sempre sperato di sbagliarsi. E non aveva fatto parte di quell’aura di fascino, essere amata da qualcuno il cui amore non era indiscriminato, qualcuno che sapeva odiare? Esisteva il divorzio, certo, ma dopotutto erano ancora fatti l’uno per l’altra, come sempre. No, quel che voleva era che lui non fosse il padre dei suoi figli, una cosa talmente irreversibile da non poter essere nemmeno concepita. Perché c’era Daniel, che amava in un modo che faceva sembrare ridicola l’idea di amore avuta prima del suo arrivo, e accanto a lui c’era Ben, l’uno letteralmente sostanza  dell’altro.

«Guarda, papà!» stava esclamando Daniel, indicando chissà quale incredibile particolare di una foglia che si era fermato a raccogliere diretto verso lo scivolo. Daniel la diede a Ben, che la mise controluce per mostrare al figlio le venature. Anche Leslie alzò lo sguardo, dal punto in cui era in ginocchio vicino alla sabbiera. Il cielo si era scurito, e si era alzato un vento caldo che faceva cigolare i sostegni delle altalene vuote. L’altra madre stava mettendo via le proprie cose e chiamando i bambini. In un primo momento Leslie pensò di fare lo stesso, ma erano troppo lontani da casa per arrivare in tempo. A che sarebbe servito muoversi ora? L’unica cosa da fare era fingere che non stesse per piovere, mettersi nella posizione del bambino: chinarsi in avanti, fare un bel sorriso, con le braccia distese mentre Daniel scivolava – giù, giù, giù – nel pronto abbraccio del padre.

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Titolo originale, Territory, copyright @ Elena Graceffa, all rights reserved.
Traduzione di Ilaria Mazzaferro.