Ma mai una bellezza così vera

di Colin Asher

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IN CUI SI PARLA DI: zeloti che si trasformano in truffatori, il sogno di vivere facendo giornalismo, caffè di cicoria, mariti arrabbiati, giocatori d’azzardo da quattro soldi, The New Anvil, l’eredità di Carl Sandburg, relazioni amorose non trattate in questo articolo, l’occasione per indossare uno smoking, la vita tra la bomba H e la A, guadagnarsi il pane, consigli di vita, la strada

A dispetto del suo genio letterario e dell’intento umanista, Nelson Algren era di quei perdenti che gli Stati Uniti non tollerano

Questo pezzo è apparso originariamente su The Believer, gennaio 2003

Nelson Algren era il figlio di un gran lavoratore senza fortuna e il nipote di uno zelota reinventatosi truffatore, ed era il genere di perdente che gli Stati Uniti proprio non tollerano. Per quarant’anni si procurò di che vivere scrivendo e ricevendo di tanto in tanto grandi attestati di stima. All’apice della carriera gli vennero offerti ricchezza, lusso e il rispetto dei suoi pari, ma Algren continuò ad andare per la sua strada. Era questione di inclinazione personale più che una scelta razionale, e ne pagò le conseguenze. Gli Stati Uniti sono sempre stati in grado di perdonare gli accattoni, i piccoli truffatori e gli impiegati incapaci di scalare la gerarchia, ma mai chi possiede un enorme potenziale e si rifiuta di scendere a compromessi per raggiungere la grandezza.

Nel corso della sua vita Algren scrisse undici libri: uno polemico, dilettantesco ed eccessivo; cinque splendidi; uno amaro, satirico e impreciso, e altri quattro molto validi, pressoché in questo ordine. [1] Dalla pubblicazione del primo libro nel 1935 fino alla morte nel 1981, ogni parola scritta da Algren era intrisa della convinzione che la scrittura possa essere definita letteratura solo se mirata a sfidare l’autorità. Non cambiò idea quando alla sua porta bussarono Hollywood, l’FBI, il senatore Joseph McCarthy e neanche per salvaguardare la sua sanità mentale dopo aver deciso che il lavoro di una vita era stato inutile. Questa potrebbe essere la ragione per cui tutti i suoi libri erano fuori stampa quando morì, da solo, nel bagno di un bungalow affittato per 375 dollari al mese a Long Island, a settantadue anni. Al funerale erano presenti pochi amici, nessun familiare e un solo ammiratore vestito di nero, che ascoltarono Joe Pintauro, un giovane scrittore che da poco aveva stretto amicizia con lui, leggere sette versi mentre Algren veniva calato nel terreno dentro una bara da quattro soldi.

Again that hour when taxies start deadheading home
Before the trolley-buses start to run
And snow dreams in a lace of mist drift down
When from asylum, barrack, cell and cheap hotel
All those whose lives were lived by someone else
Come once again with palms outstretched to claim
What rightly never was their own [2]

Nelson Algren Abraham nacque a Detroit nel 1909, dove suo padre, Gersom Abraham, lavorava allo stabilimento della Packard. Gersom era un uomo ignorante, meticoloso e di poche parole che si era sposato giovane; rimpiangeva di aver lasciato la fattoria di famiglia in Indiana e si sentiva più a suo agio con le macchine che con le persone. «Altri uomini desideravano essere costantemente ubriachi» scrisse Algren. «Lui desiderava essere sempre all’opera». Gersom si guadagnava da vivere come meccanico, ma aveva l’abitudine di colpire i suoi superiori senza preavviso, per ragioni che non riusciva mai a spiegare. A un certo punto aprì un’autorimessa e l’amministrò con così scarso senso degli affari che suo figlio Nelson, allora adolescente, sentì il bisogno di dirgli che non poteva vendere i pezzi di ricambio al prezzo d’acquisto. Gersom ignorò il suggerimento e finì per perdere tutto.

La famiglia si trasferì a Chicago nel 1913, in un quartiere protestante di South Side, dove Algren trascorse un’infanzia tipo. Consegnava l’Abendpost con un carretto, e raccoglieva bottiglie e tappi in cambio di spiccioli. Quando i White Sox vinsero le World Series cominciò a farsi chiamare «Swede» come Swede Risbger, imitandolo anche nel peculiare modo di camminare. Nel 1921 la famiglia si trasferì nel Northwest Side e Algren, all’epoca dodicenne, iniziò a sgattaiolare nella sala da biliardo del quartiere. Quando dei giocatori d’azzardo connessi ad Al Capone aprirono la Hunting House Dancing Academy nello stesso isolato della rimessa del padre, Algren riuscì ad accedere al piano superiore, dove imparò a giocare a poker e vide i poliziotti accettare le mazzette. All’età di diciassette anni aveva abbandonato i compagni d’infanzia e cominciato a esplorare la Chicago del proibizionismo, bussando alle porte degli speakeasy con la parola d’ordine: «Mi manda Joe». [3]

Nel settembre del 1927 cominciò a frequentare l’università dell’Illinois, a Urbana. Gliela pagò la sorella maggiore Bernice, dal momento che i genitori non potevano permettersela, né capivano perché volesse frequentarla. La sorella si era sposata con un uomo facoltoso e si era offerta di finanziare i suoi studi. Per mantenersi, Algren lavorava presso l’università e in una sala da bowling, oltre a barare a biliardo. Più tardi affermò che non socializzava al campus e che nel tempo libero frequentava invece i bassifondi di Chicago. Al secondo anno decise che sarebbe diventato un sociologo, per ripiegare poi sul giornalismo non potendo permettersi una specialistica. Si laureò l’anno successivo con il sogno, molto americano, di guadagnarsi da vivere facendo del rispettabile giornalismo sociologicamente informato.

A dispetto della pessima congiuntura economica del 1931, Algren era convinto che avrebbe trovato lavoro senza sforzo. Si fece prestare dei soldi per comprare un completo da indossare ai colloqui, passò un esame della Illinois Press Association, che lo qualificava come giornalista e redattore, e attraversò il Midwest in autostop. Si fermò a Minneapolis, abitando prima in un bordello quindi all’YMCA, dove lavorò qualche settimana come titolista per il Minneapolis Journal, per poi scoprire che non era previsto un compenso. Gli dissero che gli stavano facendo un favore, permettendogli di accumulare esperienza. Sconfitto ripercorse la strada verso Chicago e la casa che i suoi genitori avevano appena ipotecato. Era depresso e senza meta, e quando la famiglia lo invitò a trovarsi un lavoro, si diresse a sud.

Tra le decine di migliaia di senzatetto che quell’estate viaggiavano verso sud, almeno uno di loro indossava un completo. Algren continuava a pensare di poter lavorare per un giornale e fece domanda presso tutti quelli che incontrava mentre vagava per l’Illinois e seguiva il corso del Mississippi nel Texas orientale. Il suo vagabondare terminò a New Orleans, dove dormì sulle panchine pubbliche o nei vicoli, nutrendosi di caffè di cicoria e banane donategli da una missione del posto.

Alla fine dell’estate si arrese. Diede in pegno la valigetta ma si tenne il completo, dal quale probabilmente furono attratti i Luther. I Luther erano una coppia di truffatori che condividevano lo pseudonimo e cercavano un partner dall’aspetto affidabile. Uno era un texano con una placca di metallo nel cranio, un ricordo della Prima guerra mondiale; l’altro veniva dalla Florida e conosceva un gran numero di stratagemmi per arricchirsi velocemente, mentre mancava del tutto di etica del lavoro. Algren li conobbe mentre lavorava come venditore porta a porta, guadagnando di rado abbastanza per sfamarsi. Era giovane, di bell’aspetto e abbastanza povero da abbassarsi al loro livello: esattamente quello di cui avevano bisogno i Luther.

Il trio stampò dei coupon falsi che davano diritto a un taglio di capelli gratuito e li distribuì, in cambio di una piccola mancia, a ogni casalinga di New Orleans che aprisse loro la porta. La truffa fece guadagnare a uno dei Luthers un pestaggio da parte di un gruppo di mariti arrabbiati. In seguito i tre fuggirono dalla città arrivando nella Rio Grande Valley, dove raccolsero frutta per settantacinque centesimi al turno, fino al giorno in cui il texano tornò con una pistola informandoli che avrebbero rapinato un supermercato chiamato Jitney Jungle. Algren e il secondo Luther scapparono di nuovo e si fermarono a Harlingen, in Texas, dove Luther convinse un agente della Sinclair ad affidargli una stazione di servizio abbandonata su una strada deserta. Algren firmò le carte assumendosi tutta la responsabilità, e acquistò del carburante con i soldi speditigli da un amico di Chicago. Nel frattempo sopravviveva sgusciando e inscatolando piselli. Luther scomparve e tornò solo per il tempo sufficiente a rubare la benzina, lasciando Algren a ripagare i debiti con la Sinclair. Morì quasi di fame.

«Qui si diventa scrittori quando non c’è assolutamente altro da fare» disse al Paris Review nel 1955. Harlingen fu il luogo in cui comprese che non c’era assolutamente altro che potesse fare. Affamato, solo e vittima di un imbroglio, si avviò zoppicando verso casa. Fu arrestato per vagabondaggio a El Paso, da dove se ne andò uscendo dalla cella lasciata aperta.

Quando tornò a Chicago, dopo aver attraversato un migliaio di piccole città, non possedeva altro che una manciata di lettere rabbiose scritte lungo la strada e una nuova vocazione per la scrittura. Il suo vagabondare l’aveva strappato alle aspirazioni borghesi. Aveva provato a giocare secondo le regole e non gli era andata bene. Lo stesso, pensò, poteva essere capitato alle persone che aveva incontrato nei bassifondi di Chicago, nei bordelli di New Orleans e tra gli sbandati del Texas. Aveva accumulato esperienza di predazione per una vita. Lo turbava, ma non più della violenza perpetrata sotto l’egida dell’autorità: la polizia che picchiava i clandestini sui treni per i soldi della ricompensa, o che arrestava lui per essersi trovato senza un soldo nella città sbagliata. Da allora, a dispetto degli sporadici momenti di gloria, Algren si identificò con i perdenti della società. Pur trovandosi quasi all’apice della propria carriera, nel 1953, descrisse così l’atteggiamento che a suo avviso uno scrittore avrebbe dovuto tenere nei confronti dello status quo: «Se ti senti parte dello stato presente delle cose, non rapinerai mai qualcuno in un vicolo, non importa quanta fame avrai. E non scriverai mai niente che qualcuno leggerà una seconda volta».

A Chicago Algren andò a vivere con i genitori e cominciò a frequentare un gruppo di giovani autori. Collezionò un discreto numero di rifiuti prima che Larry Lipton, amico e scrittore, gli suggerisse di trasformare una delle lettere del periodo texano in un racconto. Il risultato, «So Help Me», narra il piano di Luther per rapinare il Jitney Jungle e si conclude con la morte dell’alter ego di Algren. Il racconto fu accettato dalla rivista Story nel periodo in cui Algren si unì alla sezione cittadina del John Reed Club, parte di una rete nazionale connessa al partito comunista e di cui era membro anche Richard Wright. I due divennero amici e sei anni dopo Algren gli suggerì il titolo per il suo romanzo più famoso, Paura.

Verso la fine del 1933, Algren ricevette una lettera dalla Vanguard Press in cui gli veniva domandato se stesse lavorando a un romanzo. Non sapendo come rispondere, e troppo emozionato per fingere indifferenza, fece l’autostop fino a New York presentandosi a James Henle, il presidente della Vanguard. All’età di ventiquattro anni, si riteneva uno scrittore giovane e promettente, e richiese quello che credeva essere un compenso adeguato. Cento dollari, immaginò, sarebbero stati sufficienti per tornare in Texas e pagarsi vitto, alloggio, tabacco e alcol per quattro mesi, al termine dei quali avrebbe avuto un libro pronto. Henle glieli accordò senza esitare.

Algren lasciò New York e viaggiò verso sud con mezzi di fortuna, prestando attenzione ai vagabondi che percorrevano la stessa strada. All’arrivo in una cittadina texana chiamata Alpine, aveva già il personaggio principale per il suo primo romanzo. Lo compose per lo più vivendo nel campus del Sul Ross State Teachers College, al quale poté accedere grazie a una lettera della Vanguard Press. Scrisse febbrilmente per quattro mesi, tenendo di tanto in tanto lezioni per gli studenti; poi, dal momento che parte della storia era ambientata a Chicago, tornò a casa. Lungo la strada trascorse qualche settimana in carcere e quasi morì dopo essere rimasto rinchiuso in un vagone frigorifero. [4]

Il risultato di questo vagabondaggio, del tempo passato in carcere e del ritorno ai circoli letterari progressisti di Chicago fu un libro polemicamente mediocre. Due delle quattro sezioni di Somebody in Boots erano introdotte da citazioni tratte dal Manifesto del Partito Comunista. Il personaggio principale, Cass McKay, un criminale di bassa lega che desidera solo un tatuaggio e l’amore di una donna chiamata Norah, subisce ed è testimone di violenze e soprusi così crudi da offuscare la trama. Nell’introduzione a una ristampa, trent’anni dopo l’uscita, lo stesso Algren definì il libro «un romanzo incostante, scritto da un uomo incostante nel periodo più incostante della storia americana».

Somebody in Boots fu la sua grande occasione, ma Algren la sprecò. Uscito nel marzo 1935, un anno dopo aveva venduto solo 762 copie. Nel frattempo Algren non aveva trovato un lavoro stabile, e in seguito al fiasco delle vendite, iniziò a pensare che non ce l’avrebbe fatta a sfondare come scrittore. Senza un posto dove andare né un piano da attuare, si rassegnò alla fine. Nell’appartamento di una fidanzata, rimosse il tubo del gas dal retro della stufa, se lo mise in bocca e inalò il metano. La ragazza lo trovò privo di sensi e lo affidò a Larry Lipton e Richard Wright, che se ne presero cura per mesi. Alla fine lo fecero ricoverare in un ospedale, che in seguito lo dimise affidandolo ai genitori. Trascorse il resto della vita a negare di aver tentato il suicidio.

Tra il primo libro e il secondo passarono sette anni, periodo durante il quale sviluppò la sua personalità diventando l’uomo testardo, irriverente, fieramente leale, sagace, combattivo e volubile che sarebbe stato fino alla morte. A una festa organizzata da Richard Wright conobbe una donna di nome Amanda Kontowicz, con la quale cominciò a vivere in grave indigenza. [5] Algren rubava cibo per sfamarli entrambi, e i due a volte si nutrivano soltanto di latte, patate e cipolle per giorni e giorni.

Amanda si guadagnava da vivere prestando saltuariamente servizio come donna delle pulizie, mentre Algren impilava casse in un magazzino e lavorava in un centro benessere. Durante quegli anni coltivò amicizie con membri del mondo della letteratura, oltre che con giocatori d’azzardo, criminali e i suoi simili, i poveri. Wright gli trovò un impiego presso la Works Progress Administration, prima come scrittore e poi come editor. Dopo il lavoro giocava a bowling con Studs Terkel e Howard Rushmore, e faceva baldoria con un gruppo di criminali di bassa lega che si facevano chiamare «falloniti».

Scriveva a cadenza irregolare. Fondò e diresse con l’amico Jack Conroy New Anvil, una rivista di letteratura «proletariat», oltre a pubblicare poesia, una volta su Esquire. Riuscì a vendere qualche racconto, per cui traeva ispirazione dalla corrispondenza che intratteneva con i detenuti dell’Illinois, dalle stazioni di polizia e dalle aule di tribunale. Nel 1939 si inventò un pretesto per lasciare Amanda, in modo da avere più tempo a disposizione per scrivere, e nel ’40 viveva in un appartamento privo di telefono nel cuore del triangolo polacco di Chicago. Incoraggiato dal successo di Paura, aveva cominciato a lavorare su un nuovo libro. Quando non scriveva, giocava a carte in partite illegali, parlava con gli ospiti degli hotel di South State Street e visitava l’ospedale psichiatrico di Lincoln.

Quell’anno segnò l’inizio di un periodo durante il quale Algren produsse i suoi lavori migliori. Scrisse cinque libri in rapida successione, Never Come Morning (Mai venga il mattino), The Neon Wilderness (Le notti di Chicago), The Man with the Golden Arm (L’uomo dal braccio d’oro), Chicago: City on the Make e Noncomformity. Con ciascuno di essi si rafforzò la sua convinzione che il ruolo dell’artista consistesse nello sfidare l’autorità, concetto riassunto dalla frase: «La dura necessità di trascinare il giudice sul banco degli imputati è stata responsabilità dello scrittore in tutte le ere dell’uomo». Dopo il primo libro, Algren non abbandonò mai l’idea che i poveri fossero le vittime. A volte gli accusati erano colpevoli, a volte innocenti, in ogni caso il loro punto di vista meritava attenzione.

Per lo sconforto del suo editore, Algren se la prese comoda durante la stesura di Mai venga il mattino, il libro che costituì il suo riscattò. Ritardò la consegna per questioni artistiche, quindi a causa della morte della sorella e del padre. Al termine del 1941 aveva completato il manoscritto, che venne pubblicato l’anno successivo.

Mai venga il mattino contiene un mondo intero delimitato dal triangolo polacco di Chicago e popolato da personaggi che sfidano una categorizzazione semplicistica. Il protagonista del romanzo, Bruno «Lefty» Bicek e la sua ragazza, Steffi Rostenkowski, sono giovani, poveri, egocentrici e del tutto ignoranti del mondo al di fuori degli isolati nei quali sono cresciuti. Ma non sono una caricatura. Steffi, scrisse Algren, è «una di quelle donne molto povere che fingono impotenza per mascherare l’indolenza. Da bambina, in seguito alla morte del padre, le erano stati addossati così tanti compiti, essendo le condizioni della famiglia particolarmente precarie, che aveva presto imparato a evitare le responsabilità». Bruno Bicek, giocatore di baseball amatoriale e pugile a tempo perso, vive con la madre vedova e agogna la fama nel modo semplice e ingenuo con cui un bambino desidera dei regali di compleanno. Bicek è un duro, un uomo da temere, o almeno questo è ciò che vuole far credere, ma l’immagine che ha di sé non è mai del tutto definita:

Bruno Bicek di Potomac Street aveva a disposizione una certa scaltrezza: discuteva tutto il dì, con chiunque, riguardo qualsiasi cosa, alla luce del giorno, finendo sempre per credere di aver vinto, di aver avuto ragione fin dall’inizio. Avrebbe contraddetto perfino se stesso, alla luce del giorno, solo per il gusto di discutere.

Ma di notte, da solo, non contraddiceva nessuno, non negava niente. Allora si vedeva da vicino e chiaramente, troppo chiaramente per indugiare in discussioni. Era chiaro come la testa di un lupo nella finestra vuota.

Ecco il problema della luce del giorno.

Pur vantandosi di essere un duro, Lefty dimostra di essere un codardo nei momenti cruciali. Una notte la gang di Bicek segue lui e Steffi fino a un capanno dove i due hanno deciso di fare sesso. La gang aspetta fuori mentre Bruno e Steffi bevono e fanno l’amore, poi violenta quest’ultima. Inizialmente Bicek protesta, poi li implora, infine cerca di negoziare offrendo al capo, Kodadek, una posizione migliore nella squadra di baseball dell’anno seguente. «La prossima estate saremo morti entrambi» risponde quello, rifiutando. Piuttosto che perdere la stima degli amici ammettendo di amare Steffi, Bicek l’abbandona, andandosene e tornando più tardi ubriaco. Tra gli assalitori di Steffi individua un estraneo, un greco, e lo picchia a morte perché non sa cos’altro fare: è troppo codardo per difendere la ragazza o battersi lealmente con l’uomo.

Brutale, terrorizzato, impotente e insieme sanguinario, Bicek è un protagonista molto più sfaccettato e complesso rispetto a quelli creati in precedenza da Algren. È anche la prova che avesse deciso, durante i sette anni intercorsi tra i primi due libri, che un’onesta testimonianza fosse più efficace, come mezzo per sfidare l’autorità, per protestare. Il mondo di Somebody in Boots era un luogo di forti contrasti, di viso fra bene e male, e popolato da figure bidimensionali che esistevano solo a supporto della tesi dell’autore. Il mondo di Mai venga il mattino è invece un luogo di chiaroscuri, finemente realizzato, fatalistico, popolato da giovani arrabbiati e affamati, le cui vite sono governate da leggi chiare ma impossibili da rispettare. Nessuno di loro è innocente. Sono preda l’uno dell’altro, ma anche del resto del mondo, riconoscono le responsabilità delle proprie azioni e ne pagano le conseguenze. Il lettore può identificarsi con loro o temerli, ma restano comunque figure al di sopra di ogni pietà, vittimizzazione o stereotipizzazione.

Con questo libro Algren ottenne un meritato riconoscimento. Il New York Times definì Mai venga il mattino un «libro brillante e inusuale» e Malcolm Cowley dichiarò che Algren era «un romanziere fatto e finito, il poeta dei bassifondi di Chicago, e il possibile successore di [Carl] Sandburg».

Il romanzo venne ristampato tre volte. Algren si era fatto un nome, ma nonostante fosse finalmente consapevole della propria abilità di scrittore, non poté approfittarne; in brevissimo tempo finì di nuovo sul lastrico. Quell’estate si trovava a Saint Louis, dove frequentava i falloniti e lavorava come saldatore, mestiere per il quale non era qualificato. Dopo qualche mese tornò a Chicago e ottenne un posto al Venereal Disease Control Project, dove affiancava Jack Conroy. Insieme setacciarono i bordelli e gli alberghi della città, in cerca di malati di sifilide. Ovviamente Algren prendeva appunti. Integrava lo stipendio scrivendo recensioni per Poetry e il Chicago Sun-Times.

Tornò insieme ad Amanda, poi venne arruolato per la Seconda guerra mondiale. Il modulo di assegnazione riportava la dicitura «Incarico speciale», molto probabilmente perché l’FBI l’aveva tenuto d’occhio per i due anni precedenti dietro richiesta personale di J. Edgar Hoover. Algren era sospettato di essere un agitatore di sinistra e non divenne mai più di un lettighiere mentre la sua unità viaggiava fino a Fort Bragg, poi liberava la Francia, i Paesi Bassi e Krefeld in Germania. Tornò a Chicago alla fine del 1945, affittò un appartamento di due stanze su Wabansia per dieci dollari al mese, e si mise a scrivere. Venne contattato dalla Doubleday, e grazie al prestigio residuo di Mai venga il mattino, gli vennero offerti sessanta dollari alla settimana per scrivere una raccolta di racconti e un romanzo di guerra.

Le notti di Chicago, una raccolta di racconti, fu pubblicata nel 1947, ottenendo buoni risultati commerciali e recensioni anche migliori; il suo prestigio era destinato a crescere con il passare del tempo. Sei anni dopo la pubblicazione, Maxwell Geismar la definì «forse una delle migliori degli anni Quaranta». Nell’introduzione all’edizione del 1986, Tom Carson dichiarò che il libro aveva confermato Algren come «uno dei pochi talenti originali del suo tempo».

Il secondo successo letterario trasformò Algren in una figura pubblica. Jack Conroy lo intervistò in televisione e gruppi di esperti come gli Amici della Letteratura cominciarono a contattarlo. La sua fama era divenuta tale che quando Simone de Beauvoir passò dalla città, degli amici le procurarono il suo numero e le dissero di chiamarlo. [6] Per la prima volta era apprezzato, ben remunerato, e abbastanza sicuro di sé da cominciare a trasformare qualche centinaio di pagine di appunti nel suo lavoro migliore, L’uomo dal braccio d’oro. Per tutto il 1947 e il ’48 lavorò nel suo appartamento di Wabansia e sfruttò il tempo libero come aveva sempre fatto. Trascorreva le notti frequentando i jazz club con un gruppo di morfinomani, mentre le giornate in cui non scriveva insieme all’élite intellettuale, a volte tenendo discorsi che criticavano aspramente il Taft-Hartley Act, la Commissione per le attività antiamericane di Joseph McCarthy, e la lista nera di Hollywood.

L’uomo dal braccio d’oro, pubblicato nel 1949, si apre lentamente tramite frammenti che presentano i personaggi: Frankie Machine, un veterano con il «giusto tipo» di congedo dall’esercito “e una medaglia al valore”, tornato dalla guerra con una scheggia di metallo nel fegato e una dipendenza dalla morfina. Nel suo piccolo stagno è un pece grosso, nonostante l’unica abilità a sua disposizione sia quella di distribuire carte, abilità che mette a frutto nelle partite di poker illegali di Zero Schwiefka. «Questo sono io, il ragazzo dal braccio d’oro» si vanta Frankie. Sparrow Saltskin, «un ragazzo venuto dal niente» ingaggia sempliciotti per le partite di Frankie e riempie le sue giornate con furti nei negozi e rubando cani. Il capitano della polizia Bednar, un uomo «pieno della colpa degli altri» arresta l’uno o l’altro quando a esigerlo è il benessere del quartiere. Sophie, la moglie di Frankie, che tutti chiamano «Zosh», si rinchiude nella sua stanza, ostaggio di una ferita psicosomatica e dell’idea che la malattia impedirà a Frankie di lasciarla. Violet, l’unica amica di Zosh, tradisce il marito con Sparrow e giustifica il modo in cui si guadagna da vivere affermando: «Le menzogne non sono che i penny dei poveri».

Se questo romanzo aveva uno scopo, era quello di confutare l’idea, che si andava trasformando in ideologia, che il valore sociale di un individuo fosse legato alla sua ricchezza. Il suo messaggio era che le vite vissute nelle ore piccole, dopo la fine del turno di notte, all’ombra dei nuovissimi grattacieli, erano tanto passionali, significative, divertenti e insensate, e parte della storia americana, come qualunque altra. In L’uomo dal braccio d’oro la guerra è finita e ha lasciato il paese profondamente trasformato. La ricchezza del dopoguerra ha portato il mondo fino a Division Street tramite cartelloni pubblicitari e volantini, televisioni e insegne al neon, e un ethos che discrimina i perdenti. I personaggi di Algren si sentono minacciati da qualsiasi novità. Persino la presenza su Division Street di un bar che serve cocktail funge da oscuro presagio.

Nei libri precedenti, i criminali di Algren erano persone orgogliose, arrabbiate e pericolose. Ora sono invecchiati e sanno di non rappresentare una minaccia per nessuno tranne che per loro stessi. Non hanno parole a disposizione per descrivere il modo in cui il mondo è cambiato, e al posto della rabbia hanno solo autocommiserazione. «Non arrivo mai da nessuna parte ma pago sempre il biglietto intero» si vanta pateticamente Frankie Machine. I personaggi che popolano il romanzo abitano in stanze minuscole annidate in squallidi alberghi. La maggior parte lavora, beve in un bar chiamato Tug & Maul, poi si rifugia nelle partite di carte di Frankie, dove rivolge agli altri sguardi sfuggenti, parla in maniera vaga e si nasconde da ciò che la perseguita: la colpa grande, segreta e tutta americana di non possedere niente, assolutamente niente, proprio nel Paese dove la proprietà e la virtù sono una cosa sola. Il senso di colpa è in agguato dietro ogni cartellone pubblicitario che impartisce i suoi comandamenti, perché qui ciascuno ha fallito: niente Ford nel proprio futuro, né un posto tutto per sé.

Non esiste libro che descriva più elegantemente il mondo degli uomini e delle donne ignorati dagli anni del boom economico. Nei decenni successivi all’uscita di L’uomo dal braccio d’oro, il Paese fu ossessionato dal comportamento e dal destino di persone che ricordavano i personaggi di Algren, e spese milioni nel tentativo di salvarle con guerre alla povertà e alla droga. Nel 1949, invece, Algren era l’unico a ricordare al Paese che una classe agiata richiedeva l’esistenza di una classe povera. Per l’abilità e l’eleganza della prosa, la compassione e la sua prescienza, annovererei questo romanzo tra i migliori scritti nel Ventesimo secolo. Prima della caduta di Algren, in molti si sarebbero detti d’accordo. Il libro fu accolto con recensioni eccellenti dal Time, dal New York Times Book Review, dal Chicago Sun-Times, dal Tribune e perfino dal New Yorker. Doubleday lo nominò per il Pulitzer, e alla pubblicazione di Mai venga il mattino Hemingway, che aveva definito Algren il secondo maggior scrittore americano (dopo Faulkner), scrisse un suo elogio che Doubleday ritenne eccessivo, ma che Algren apprezzò tanto da affiggerlo al frigorifero:

In un mondo letterario che vanta uno sbiadito Faulkner e un Thomas Wolfe che getta un’ombra sempre più breve, Algren irrompe come una corvetta o un grande incrociatore… Mr. Algren è in grado di colpire con entrambi i pugni e danzarvi intorno, e vi ammazzerà se non state attenti. Mr. Algren, lei è dannatamente bravo.

A.J. Liebling, autore del New Yorker, seguì Algren in giro per Chicago per comporre una storia su di lui, e Art Shay, giovane fotografo, passò dei mesi a scattare foto per un articolo della rivista Life. Irving Lazar, agente di Hollywood, offrì ad Algren un impiego come dialoghista per una paga dieci volte superiore a quella che otteneva scrivendo libri. John Garfield, al tempo un pezzo grosso di Hollywood, voleva portare Frankie Machine sul grande schermo e aveva già un produttore pronto. Nel marzo del 1950 Algren vinse il primo National Book Award. Gli fu consegnato a New York da Eleanor Roosevelt, nel corso di una cerimonia in cui Algren per la prima volta nella sua vita indossò uno smoking. Nell’introduzione all’edizione per il cinquantenario di L’uomo dal braccio d’oro, Dan Simon, editore di Seven Stories Press, descrive una fotografia di Algren scattata quella sera. «Mastica un sigaro e sorride tra sé, come una versione pulp della Monna Lisa, come un uomo che ha sfidato il mondo e ha vinto, e che per giunta sapeva dall’inizio come sarebbe andata a finire».

Quello fu l’apice, non del talento di Algren, ma della sua carriera. La caduta fu rapida e l’atterraggio duro. La vicenda potrebbe ricordare la trita parabola di peccato e redenzione che prevede il successo del personaggio di talento solo per permettere ai suoi vizi di affossarne la carriera e amministrare il giusto castigo, così da restituirlo alle luci della ribalta più vecchio, saggio e umile. Questa storia, tuttavia, è molto diversa. Algren aveva senz’altro i suoi vizi, non ha mai avuto per le mani un dollaro che non gli sembrasse migliore al centro di un tavolo da poker, ma fu la sua virtù a causarne la rovina.

Prima della pubblicazione di L’uomo dal braccio d’oro, Algren era un profilo noto alle autorità, anche se limitatamente all’area di Chicago. Negli anni successivi chiunque avesse voluto avrebbe potuto rintracciare decine di fatti che lo squalificavano senza ombra di dubbio dal rivestire un ruolo prominente nell’ambito culturale americano degli anni Cinquanta. Limitandosi al 1948, aveva seguito la campagna elettorale per Henry A. Wallace, il candidato alle presidenziali del partito progressista, aveva collaborato al Chicago Committee in favore degli Hollywood Ten, e firmato una lettera aperta agli artisti sovietici, condannando «gli sfruttatori che sperano di trasformare l’America in un Quarto Reich». Quando giunse a Hollywood nel 1950 si accompagnò a uomini come Albert Maltz, che sarebbe stato incarcerato a breve per il ruolo avuto nella vicenda degli Hollywood Ten. Peggio, Algren era stato per anni un comunista e, fatto ancora più grave, non si pentiva di niente e non aveva alcuna intenzione di cambiare. [7]

Nel corso degli anni seguenti Algren pagò in vari modi per la sua intransigenza. L’FBI lo tallonò a Hollywood. Art Shay concluse l’articolo per Life e aspettò la pubblicazione, che non avvenne mai. Algren vendette i diritti per l’adattamento di L’uomo dal braccio d’oro, e poco dopo il suo agente si diede alla macchia per evitare il carcere. John Garfield, anch’egli indagato per le sue simpatie di sinistra, morì in seguito a un attacco di cuore all’età di trentanove anni. Prima della morte aveva venduto i diritti per L’uomo dal braccio d’oro a Otto Preminger, che li utilizzò per far ottenere a Frank Sinatra la sua unica nomination agli Oscar come attore protagonista. L’intero affare fu poco limpido, e il biografo di Algren stima che all’autore furono corrisposti circa 42.000 dollari in meno rispetto al dovuto (360.000 dollari al giorno d’oggi), ovvero molto più di quanto avesse mai guadagnato scrivendo un libro. In seguito Algren affermò che aveva speso metà di quanto ottenuto per i diritti e la sceneggiatura completa per fare causa a Preminger. Con il resto dei soldi aveva anche acquistato una piccola casa, che finì col perdere in spese legali.

Tuttavia fu la diminuita possibilità di pubblicare che lo ferì più profondamente. Nei tre anni successivi all’uscita di L’uomo dal braccio d’oro, Algren scrisse due piccoli libri, entrambi di carattere saggistico, entrambi brillanti, unici e audaci nella loro critica dell’ethos nazionale. Il primo, Chicago: City on the Make, è un poema in prosa che racconta la storia di Chicago dal punto di vista del mondo del crimine. Potrebbe essere tra le lettere d’amore più belle e brutalmente oneste mai scritte. Il libro si apre con il furto della terra ai danni degli indiani Pottawatomie e si chiude nel 1951, anno in cui, dice, «facciamo come ci viene detto, lodiamo il veleno che ci viene somministrato, benediciamo l’FBI, desideriamo solo una possibilità per dimostrare di essere più abietti di tutti gli altri, in cambio di un biglietto di andata e ritorno per Washington». Sorprendentemente, City on the Make fu accolto da un successo di critica: «La cosa migliore scritta sulla città dal tempo dei Chicago Poems di Sandburg» dichiarò il Chicago Sun-Times. D’altro canto, e meno sorprendentemente, il libro non andò oltre una seconda ristampa di cinquemila copie.

L’idea per il libro successivo gli venne nell’estate del 1952, mentre stava bevendo con un editor del Chicago Daily News, che gli chiese di comporre un saggio per la sezione culturale del giornale. Quell’inverno Algren gli consegnò un saggio anti-McCarthy di duemila parole che fu pubblicato con il titolo «La grande scrittura è ostaggio della paura, secondo Algren». Con grande meraviglia sua e dell’editore, il saggio ebbe una certa risonanza. Fu ristampata da Nation, e membri progressisti del clero lo introdussero nei propri sermoni in due Stati.

Il saggio era tratto da un breve libro su cui Algren aveva lavorato a fasi alterne per più di un anno, e in risposta all’attenzione ricevuta, Doubleday fece valere il proprio diritto contrattuale a pubblicarlo. Era il gennaio del 1953. A marzo Algren si vide negato un passaporto. Ad aprile due informatori dissero all’FBI che era stato un comunista negli anni Trenta, e un altro si fece avanti a giugno. Algren consegnò il manoscritto alla Doubleday nello stesso mese. Il libro sarebbe dovuto essere pubblicato con un’introduzione di Max Geismar, che aveva partecipato alla revisione. In una lettera privata Geismar scrisse ad Algren: «Questo sarà uno dei primi libri che bruceranno: congratulazioni». A settembre, dopo aver ritardato la pubblicazione e ignorato Algren, la Doubleday rifiutò di pubblicare il libro. Algren affidò il manoscritto al suo agente perché lo proponesse altrove, e così scomparve. Non è mai stato chiaro se sia stato perduto dall’agente, dal servizio postale, o intercettato dall’FBI.

Nel 1956 Algren diede una copia del manoscritto a Van Allen Bradley, l’editor del Daily News che gli aveva commissionato il saggio all’origine del libro. Dopo la morte di Algren, Bradley fece avere le copie agli archivi di Algren. Il saggio venne finalmente pubblicato nel 1996, da Seven Stories Press, con il titolo di Nonconformity: Writing on Writing. Nel libro Algren afferma che chiunque è in grado di scrivere, ma che la vera letteratura può essere creata solo da individui che non si sentano parte dello status quo. Per il lettore casuale Algren era sempre stato un caratterista i cui personaggi costituivano una scelta di comodo o un mezzo per attirare un pubblico voyeurista. Con Noncomformity Algren mise le cose in chiaro.

Il libro è ancorato al suo momento storico, «Tra pretesto e pietà. Tra bomba H e bomba A», ma la sua visione è senza tempo. Per Algren, scrivere non costituisce un mestiere o un passatempo. È una vocazione che richiede ai praticanti di dare più di quanto possano permettersi, e pretende che si raccontino storie il più possibile vere, che si renda il narratore complice delle azioni dei suoi soggetti. Il resto non sono che parole su una pagina. In cambio di questi sacrifici non promette alcuna ricompensa, ma garantisce il fallimento economico e il rischio di una crisi emotiva, continuando ciononostante ad affermare che la controparte pretenda ben di più, ovvero conformismo.

Algren credeva nella parità delle idee. Non nel senso che tutte le idee sono uguali, ma che il valore di un’idea non ha alcun rapporto con lo stato sociale della persona che l’ha formulata. Questa convinzione modella la narrativa di Nonconformity. Algren sviluppa la sua tesi e la contesta attraverso la sua voce e le voci di decine di altri – Dostoevskij, Fitzgerald, Carpentier, Dooley, de Beauvoir, Durocher [8]– per arrivare alla conclusione che l’unico punto di vista da cui si possa scrivere dell’America è quello degli indigenti. «I nostri miti sono così numerosi, la nostra vista così appannata, la nostra illusione così profonda e il nostro compiacimento così volgare che non rimane altro modo di raccontare il secolo americano se non da dietro i cartelloni pubblicitari» scrisse. Era una visione unica nel 1953, e lo è ancora: la sua soppressione ha impoverito la tradizione letteraria americana.

Bisognoso di denaro, Algren firmò un contratto con la Doubleday per la riscrittura di Somebody in Boots. Dopo aver indugiato per tre anni si mise al lavoro, non riscrivendo Somebody in Boots, ma componendo un nuovo libro che aveva abbastanza scene in comune con il precedente da risultare contrattualmente passabile. Fu la prima volta in cui si trovò a scrivere esclusivamente per bisogno di denaro, e per questo si giudicò molto duramente. Nel corso della stesura del manoscritto scrisse a Millen Brand, collega e amico, che tutti gli scrittori degli anni Trenta si erano arresi, tirati indietro, avevano mollato, tradito, negato tutto per poi sparire, includendo se stesso nel gruppo: «Kenneth Fearing si sta arrendendo, Ben Appel si sta arrendendo, anch’io mi sto arrendendo. Non è rimasto nessuno».

Che si stesse arrendendo o meno, Algren continuò a giocare secondo le sue regole. Il libro era divertente e ben scritto, ma come in Somebody in Boots, il personaggio principale era un vagabondo che non credeva nel sogno americano. Doubleday lo rispedì al mittente chiedendo delle modifiche per evitare denunce per oscenità. Algren apportò le modifiche, ma la Doubleday si rifiutò comunque di pubblicarlo. Il libro venne acquistato dalla Farrar, Straus & Cudahy, che lo pubblicò con il titolo di A Walk on the Wild Side (Passeggiata selvaggia) nel maggio del 1956. I critici massacrarono Algren, non per la qualità della scrittura ma per il contenuto del libro. La visione che l’aveva reso una celebrità nel 1950 lo trasformò in un intoccabile nel 1956. «Quello che Algren intende dire è che viviamo in una società i cui barboni e vagabondi sono migliori dei predicatori, dei politici e della gente rispettabile in genere» scrisse Norman Podhoretz sul New Yorker. Era un’analisi corretta, ma Podhoretz non la intendeva come un complimento. Sul Reporter, Leslie Fiedler definì Algren «un pezzo da museo, l’ultimo degli scrittori proletari».

Nel settembre del 1956, Algren era così depresso a causa delle recensioni e delle pessime prospettive di pubblicazione, che gli amici Neal Rowland e Dave Peltz lo fecero ricoverare. Uscì due giorni dopo, e a dicembre attraversò la superficie di una laguna parzialmente ghiacciata nei pressi della casa che stava per perdere a Gary, in Indiana. Quando il ghiaccio cedette, precipitò nell’acqua e fu salvato da un gruppo di operai che gli lanciò una fune e lo trascinò fino a riva. Algren negò che si fosse trattato di un tentativo di suicidio, ma in pochi tra i suoi amici gli credettero.

Se Algren fosse morto nel 1956, la storia sarebbe stata forse più gentile nei suoi confronti. Da morto, sarebbe stato un buon candidato per una riscoperta nei tardi anni Sessanta o nei primi Settanta, quando l’opinione politica del pubblico aveva invertito rotta. Avrebbe potuto essere una figura eroica, la carriera – e vita – erano state stroncate troppo presto dall’arrivo di McCarthy e dal soffocante conformismo dell’America degli anni Cinquanta. Si riescono quasi a immaginare le ristampe in vendita e le discussioni delle tesi di dottorato. Ma non morì, né accettò di essere ridotto a un’icona.

Circa un anno dopo l’incidente sul ghiaccio, Algren si trasferì in un appartamento al terzo piano al 1958 di West Evergreen, vicino alla casa in cui aveva vissuto durante la stesura di Mai venga il mattino, e a due passi dalla zona in cui era cresciuto. Rimase in quell’appartamento per diciotto anni, durante i quali si guadagnò da vivere tenendo discorsi, vendendo ristampe, traduzioni e diritti cinematografici dei suoi scritti, scrivendo recensioni, articoli per riviste e altri tre libri.

Di tanto in tanto gli veniva proposta l’occasione di riabilitare la propria carriera, ma non fu mai disposto a fare le concessioni necessarie, e al contempo fu sempre troppo vulnerabile per ammettere di essere interessato. Nel 1965 l’Iowa Writers’ Workshop gli offrì quattordicimila dollari per insegnare, un’offerta sostanzialmente superiore alle precedenti. Accettò perché aveva bisogno di soldi, ma insegnò alla sua maniera, correggendo i compiti al bar o a un tavolo da poker, e dicendo ai suoi studenti che vivere davvero la vita era l’unico modo per diventare uno scrittore. L’anno successivo ricevette e accettò una serie di offerte per prendere parte a delle conferenze, di cui parlava come «il sentiero di Ho Chi Minh», ritenendo che per fare letteratura nel 1966 fosse necessario schierarsi contro la guerra in Vietnam. Dal palco riproduceva una registrazione di Hemingway che leggeva «Saturday Night at the Whorehouse in Billings, Montana», poi si lanciava in un’invettiva contro la guerra. Mancavano ancora due anni all’offensiva del Tet, e tre alle prime proteste di massa.

Da trentenne Algren era stato un bell’uomo. Aveva l’aspetto di un ragazzo ormai cresciuto, proveniente dal proletariato più povero, un intellettuale che si fingeva un duro. Era in forma, aveva i tratti dolcemente spigolosi di un meticcio europeo, e un notevole picco della vedova attirava l’attenzione sugli occhi, gentili ma non proprio onesti. Invecchiando, però, mentre Chicago e l’intera nazione si arricchivano e raffinavano, Algren si fece più trasandato e stravagante, come rifiutandosi di stare al passo con i tempi. Mise su pancia e prese l’abitudine di indossare pantaloni di poliestere, dimenticandosi spesso la patta aperta. Se si rovesciava della salsa sulla cravatta, ci aggiungeva un pizzico di sale. Quando un giovane ammiratore lo cercò per discutere di letteratura e ricevere i suoi consigli, Algren gli diede appuntamento in un bar, e gli unici consigli che gli diede furono di visitare il Lincoln Park Zoo e una ragazza di nome Candy che lavorava all’angolo tra Kedzie e la Sedicesima.

Buona parte della sua produzione successiva fu eccellente, ma Algren non riacquistò più la fama precedente, né aspirò a farlo. Passava il tempo con persone che gli andavano a genio, piuttosto che con quelle che potevano aiutare la sua carriera, e smise di prendersi sul serio, almeno esternamente. Cominciò a definirsi un giornalista e un «perdente», come Melville, e giurò che non avrebbe più scritto un altro grande libro. Quando gli veniva chiesto, inquadrava questa nuova vita nel modo in cui suo padre avrebbe inquadrato la sua, se avesse mai sentito il bisogno di fornire delle spiegazioni: «Se potessi campare senza scrivere, sarei molto contento» dichiarò durante un’intervista. «Scrivo per ragioni economiche. Non credo di poter cambiare il mondo… Sono soddisfatto di questo mestiere, che svolgo senza difficoltà, anche perché non c’è altro che sappia fare».

Per lo più erano sbruffonate, atte a proteggerlo dal tipo di critiche che l’avevano quasi ucciso già due volte. Algren si vedeva come un mestierante, ma faceva molto più che guadagnarsi il pane: creava letteratura. Nel 1964 pubblicò una sorta di autobiografia approssimativa, intitolata Conversations with Nelson Algren, e scrisse due libri di viaggio, Who Lost an American? (Chi ha perduto un americano?) e Notes from a Sea Diary, rispettivamente nel ’63 e nel ’65. Nel ’73 fu pubblicata con il titolo The Last Carousel una raccolta di articoli per le riviste, saggi e racconti. Si trattava di opere incostanti – a volte pigre, spesso brillanti – ma sempre imbevute della convinzione che la sua responsabilità come scrittore consistesse nello sfidare l’autorità con coscienza e umanità.

Viveva ancora nell’appartamento di West Evergreen, quando nel 1974 l’American Academy of Arts and Letters lo informò che aveva votato unanimemente per conferirgli l’Award of Merit for the Novel, un onore condiviso solo con Dreiser, Mann, Hemingway, Huxley, O’Hara e Nabokov. Aveva più di sessant’anni, si era quasi ritirato, ed era riluttante a illudersi che un premio avrebbe migliorato le sue chance di pubblicazione. Accettò l’onorificenza con garbo, per iscritto, ma il giorno della premiazione tenne una lezione a Chicago. Anni dopo, quando Kurt Vonnegut, amico e membro dell’Academy, gli chiese cosa ne avesse fatto della medaglia, Algren rispose che doveva «essere rotolata sotto il divano».

Trascorse parte del 1974 a Paterson, New Jersey, per un incarico affidatogli da Esquire. La rivista voleva una storia su Rubin «Hurricane» Carter, un pugile arrestato per omicidio plurimo. Al tempo la colpevolezza di Carter non era in discussione ed Esquire voleva un pezzo alla Algren che descrivesse la psicologia di un assassino. Dopo aver narrato l’accaduto, Algren suggerì l’innocenza di Carter. Esquire rifiutò il pezzo, consegnando ad Algren la sua ultima causa persa.

Nonostante il premio di cui era stato recentemente insignito, nel 1975 Algren stava sprofondando nell’oscurità. Chicago non era più il «ventoso crocevia di truffatori» che lui stesso aveva contribuito a definire, e in pochi tra coloro che vivevano nel ricco presente erano interessati alle sue storie di uno squallido passato. Nonostante durante i suoi viaggi avesse trovato copie dei suoi libri in Asia e in Europa, non ne rintracciò alcuna nella biblioteca principale di Chicago, e quando Playboy tenne una conferenza sugli scrittori di Chicago, non venne nemmeno invitato. Con la scusa del caso Carter, Algren decise di lasciare l’unica città che aveva conosciuto davvero e di esiliarsi a Paterson, un luogo che era ancora in grado di capire. Poco dopo la sua partenza da Chicago, venne immortalato a una festa, mentre raccontava a Studs Terkel del suo trasferimento. «Il centro di Paterson è davvero… una cosa che sarebbe meglio non vedere dopo mezzanotte» disse. «È la città che fa per me. Mi piace, mi piace».

A quattro anni dall’inizio del suo esilio, ormai vecchio e povero, ebbe un infarto, che tenne nascosto agli amici. Aveva cominciato a documentarsi per un libro sulle ingiustizie del caso Carter, ma nessun editore voleva del giornalismo da lui: volevano solo romanzi. Lo riscrisse in questa forma, ma venuto il momento di separarsi dal manoscritto, si rifiutò di venderlo per la somma offerta, e il libro venne pubblicato postumo. Ferito dal rifiuto, sofferente per un cuore malconcio e per un’opera rimasta nel assetto, senza nuovi progetti cui dedicarsi, Algren lasciò Paterson per ritirarsi a Sag Harbor, Long Island.

Affittò un piccolo bungalow sull’Atlantico e smise di scrivere. Libero dall’ansia di dover superare i lavori precedenti, era più felice di quanto non fosse stato nei passati decenni. Trascorreva i weekend tenendo lezioni in una libreria del posto e si rimise in contatto con Kurt Vonnegut, che lo presentò a Peter Matthiessen. Betty Friedan viveva dall’altro lato della strada, e spesso scarrozzava Algren su un catorcio che una volta, durante una curva veloce, lo scaraventò fuori facendolo ruzzolare a lato della strada.

Quando nel 1981 l’American Academy and Institute of Arts and Letters lo contattò per comunicargli che era stato selezionato come membro, lo trovò grasso e felice. Algren aveva sempre pensato di aver diritto a tale onorificenza, e anche se in ritardo, l’evento lo riportò all’attenzione del pubblico. Un editore tedesco acquistò il libro su Rubin Carter, oltre ai diritti per ripubblicare tutte le sue opere maggiori, e il New York Times e il Newsday vollero intervistarlo. «Svolgo questo ridicolo lavoro da mezzo secolo» disse. «Sapete, Hemingway diceva che il punto fosse resistere. E io sono ancora qui» concluse con il tipico piglio allo stesso tempo sprezzante e modesto.

Si era di frequente paragonato a Melville, «bandito» per aver scritto Moby Dick e morto guadagnando meno di venticinque dollari alla settimana come ispettore della dogana. Al pari di Melville, sosteneva, finché fosse vissuto gli sarebbe stato negato il riconoscimento che meritava dal mondo letterario.

E aveva ragione, anche se non del tutto.

L’8 maggio del 1981 Algren accusò dei dolori al petto. Si recò da un medico, che dopo averlo visitato insistette perché si facesse ricoverare, ma lui rifiutò. Aveva in previsione una festa il giorno seguente per celebrare l’ammissione all’Academy e non voleva perdersela. Quella sera concesse un’intervista telefonica lunga e faticosa. Qualche ora più tardi, alle 6:05 del 9 maggio, ebbe un altro infarto, questo fatale. Non lasciava nessun testamento né parenti. Il suo corpo non fu reclamato per due giorni. Gli amici di Chicago, non sapendo chi altri contattare, chiamarono Joe Pintauro, che conosceva Algren solo da un anno, per fargli le condoglianze. Fu Candida Donadio, l’agente di Algren, a ordinare la lapide, che arrivò con il nome sbagliato. La lapide corretta riposa su una tomba vicina al margine del cimitero, scelta appositamente da Pintauro così che Algren potesse stare «vicino alla gente». Sotto il nome compare un’epigrafe perfetta per un uomo che preferiva la lotta alla vittoria, e scommetteva senza alcun riguardo per le conseguenze: “LA FINE NON È NIENTE. LA STRADA È TUTTO”. [9]


  1. Immagino le possibili critiche rispetto al numero dei libri di Algren di cui ho scelto di rendere conto, oltre che alle valutazioni che ne ho fatto. Ho incluso tutte le opere completate mentre era ancora in vita. Due di queste, Nonconformity e The Devil’s Stocking, sono state pubblicate postume, ma concluse prima che morisse. Non ho preso in considerazione due raccolte postume The Texas Stories ed Entrapment, la raccolta che ha revisionato (Nelson Algren’s Own Book of Lonesome Monsters), né Conversations with Nelson Algren, un’intervista autobiografica pubblicata nel 1957. Non ho incluso neanche America Eats, un libro di gastronomia scritto per la WPA. Non venne pubblicato mentre era in vita e neanche voleva che lo fosse.
  2. Tratto da «Tricks Out of Times Long-Gone».
  3. Sono in debito con Bettina Drew per la sua eccellente biografia, Nelson Algren: A Life on the Wild Side. Dalla sua pubblicazione nel 1989, è stato scritto poco che contraddicesse quanto afferma. I saggi «Nelson Algren’s Last Year: “Algren in Exile”» e «The First Annual Nelson Algren Memorial Poker Game» offrono una visione più approfondita del carattere di Algren e valgono la lettura, così come «Nelson Algren: The Iron Sanctuary» di Maxwell Geisma, e «A Voyeur’s View of the Wild Side: Nelson Algren and His Reviewers» di Lawrence Lipton.
  4. La sera del 25 gennaio 1934, prima di lasciare Alpine, Algren entrò al Sul Ross, scrisse per un quarto d’ora, poi coprì la macchina da scrivere che stava usando e se la portò via. Più tardi, dopo essere stato arrestato a qualche miglia dalla città, confesso: «Volevo una macchina da scrivere perché sono uno scrittore e non ne ho mai posseduta una». Rimase in carcere per quasi un mese e venne rilasciato a pochi giorni dalla prevista consegna.
  5. Nel corso di oltre due decenni, Knowicz e Algren si lasciarono tre volte e si sposarono due. Amanda era una donna notevole, ma a dispetto delle sue virtù, Algren la trattò sempre col fare disinteressato con cui trattava la maggior parte delle donne. Aveva bisogno di affetto e aspirava alla stabilità in una maniera astratta che la realtà non soddisfaceva mai. Ogni volta che andava a vivere con una donna, presto diventava indifferente, svogliato e assente, ricercando la possibilità di scrivere di notte e giocare d’azzardo per giorni di seguito senza doverne rispondere a nessuno.
  6. Impossibile non menzionare il fatto che Algren e de Beauvoir divennero amanti, ma non ho lo spazio per fare giustizia alla loro relazione, quindi non ci proverò neanche. Intrattennero una relazione a distanza per molti anni; i lettori interessati ai dettagli possono trovarne nei libri I mandarini, L’America giorno per giorno, Lettres à Nelson Algren: Un amour transatlantique.
  7. È in corso un dibattito sull’effettiva appartenenza al Partito Comunista. È indisputabile invece che per diversi anni si sia considerato un comunista e che abbia trascorso parecchio tempo agli incontri del John Reed Clu. L’FBI affermò che Algren fosse un tesserato del partito comunista, fatto che Algren negò, pur non portando mai la faccenda davanti alla corte. La verità sembra persa tra i meandri della storia. Qui dichiaro che fosse un comunista perché lui stesso si definì tale («Entrai nel movimento comunista» afferma in Conversations with Nelson Algren) e perché sono portato a pensare bene di chiunque si sia unito al partito comunista durante la Grande depressione e l’abbia lasciato appena si fosse fatto un’idea su Stalin, e penso bene di Algren.
  8. Rispettivamente due scrittori, un campione del mondo della boxe, un barista, una filosofa/scrittrice e un giocatore di baseball.
  9. Questa citazione viene spesso attribuita a Willa Cather, ma è di Jules Michelet. Uno dei personaggi di Cather in Old Mrs. Harris, novella pubblicata nel 1932, riporta la citazione, che da allora è stata associata a Cather, il quale l’ha spesso utilizzata nei suoi discorsi.

 

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Dopo la pubblicazione del presente articolo Colin Asher è stato contattato dalla W. W. Norton per la stesura della biografia di Nelson Algren. Ha in seguito ricevuto una fellowship dal Leon Levy Center for Biography e una dalla New York Foundation of Arts. La pubblicazione del libro è prevista per la primavera del 2019. Colin non frequenta i social media, ma ama comunicare col prossimo. Può essere raggiunto all’indirizzo colin.asher@gmail.com

Titolo originale: But Never A Lovely So Real, @ Colin Asher, 2003, all rights reserved
Traduzione: Umberto Manuini