di Héctor Tobar

Questo pezzo è apparso originariamente su ZYZZYVA n.113, autunno 2018

Nei miei primissimi ricordi d’infanzia di Los Angeles c’è un inceneritore. Io e la mia famiglia abitavamo a East Hollywood in una strada senza uscita, e l’inceneritore era una robusta torretta di mattoni che occupava uno spiazzo fra la nostra bifamiliare e quella accanto. Quando sono diventato alto abbastanza da arrivare al portello di ferro, nel suo ventre ho trovato vecchia spazzatura e foglie, intatte. Come ogni altro inceneritore domestico di Los Angeles, non veniva utilizzato – in maniera legale – da un decennio.

Durante l’espansione della città nella prima parte del Ventesimo secolo, gli imprenditori edili fecero installare degli inceneritori nei giardini privati ritenendolo un modo economico di smaltire i rifiuti. Quando i losangelini vi bruciavano dentro carta e resti vegetali, il fumo dolciastro e appiccicoso spiralava nell’aria immobile sopra i bungalow e gli studi televisivi vicino a casa mia, per diventare prima uno strato di fuliggine che fluttuava sulla Walk of Fame dell’Hollywood Boulevard, e poi scaglie di particolato che ricadendo coprivano gli alberi di giada, gli uccelli del paradiso e le palme.

Le autorità di Los Angeles bandirono gli inceneritori da giardino il 1° ottobre del 1957, con l’intento di curare il problema dell’inquinamento atmosferico nella California del Sud. Nel resto della regione le nuove norme istituite dagli enti locali vietarono ai coltivatori di bruciare gasolio per salvare i propri aranci dal congelamento nelle notti invernali. Ma lo smog non se ne andò.

Si dà il caso che gli anni in cui l’inquinamento atmosferico divenne per Los Angeles un problema grave e cronico fossero gli stessi in cui vennero aperte e riempite di automobili nuove superstrade. Non tutti ci vedevano un nesso. Gli attivisti e gli scienziati che per primi diedero la colpa dello smog alle macchine pretesero anche controlli severi sulle loro emissioni, ma furono zittiti dalle stesse persone che più tardi avrebbero negato l’esistenza di alcunché di lontanamente simile al cambiamento climatico.

Lo smog non l’abbiamo inventato noi losangelini. È una parola coniata dai britannici, che la usarono per descrivere l’aria che si respirava a Londra e in altre città sul finire della Rivoluzione industriale. Il loro modello di smog si alimentava perlopiù a carbone e uccideva sul serio: nel Grande smog del 1952 morirono almeno dodicimila persone. Ma noi losangelini abbiamo fatto dello smog uno stile di vita chic e moderno. Lo abbiamo prodotto con le nostre abitudini di gente in forma, abbronzata e patita per la spiaggia; con le Ford V8 e le Chevrolet a benzina dirette verso le grigliate in giardino.

La nostra emergenza smog peggiorò negli anni Settanta, mentre il mio corpo si allungava in quello di un adolescente. In quel periodo l’inquinamento atmosferico per me era la norma. Giocavo a baseball nei campetti di asfalto e a calcio per strada sotto un cielo del colore di un’evacuazione diarroica. Come la maggior parte dei losangelini lo sapevo, che la colpa era principalmente delle macchine. Il che non mi frenava dal volerne una anch’io.

La passione per le auto prosperava e si espandeva insieme a Los Angeles. I miei amici smaniavano per avere una Mustang o una Datsun 280Z, una specie di Porsche da poveracci. Io volevo una Jaguar o una MG, ma alla fine mi accontentai di un Maggiolino Volkswagen del 1972. Il mio patrigno comprò una AMC Pacer, una berlina che puzzava di obsoleto già quand’era nuova di zecca. Mia madre guidava una Ford Pinto con i pannelli in finto legno alle portiere. Ognuno di questi veicoli immetteva nell’aria monossido di carbonio, ossido di azoto e composti di zolfo, un miscuglio che il sole cucinava fino a tirare fuori l’ozono. Lo smog della California del Sud non poteva scapparsene nelle correnti a getto a causa di un’anomalia dell’ecosistema locale nota come «inversione termica», un’espressione che crescendo sentivo ripetere di continuo nei notiziari. L’inversione termica faceva sì che l’aria negli strati superiori dell’atmosfera fosse più calda di quella vicino al terreno, così da creare un tappo di calore sull’altrimenti gradevole ecosistema mediterraneo sottostante.

Quando la neonata Agenzia per il monitoraggio della qualità dell’aria nella costa meridionale annunciò un «Allarme smog» (nel 1977 i giorni di Allarme smog furono centoventuno), sentii l’aria satura di carbonio entrarmi nel petto mentre scattavo dalla seconda alla terza base. Lo smog diventò un dolore leggero che mi montava nei bronchi per arrampicarsi fino alla trachea, un piccolo fuoco interno che ravvivavo a ogni boccata d’aria.

Andò peggio, molto peggio, quando ci trasferimmo dal nostro appartamento a East Hollywood in sobborghi più distanti dall’oceano. Prima a Montebello, poi a South Whittier, a due passi dalle torri di perforazione di Santa Fe Springs, località che erano state suddivise in piccole fette di sogno americano per umili famiglie di lavoratori come la mia.

A South Whittier tutti parcheggiavamo le nostre automobili-fabbriche di smog in vialetti fiancheggiati da prati dove avevano seminato l’erba di Saint Augustine, spessa e resistente alla siccità, e una volta annaffiati quei prati con gli impianti di irrigazione l’erba cresceva alta e noi la tagliavamo – con tosaerba a benzina che vomitavano nuvole di fumo grigio acciaio, immettendo altro carbonio nell’atmosfera.

D’estate, la mattina mi svegliavo e andavo alla piscina della mia scuola, la Sierra, il cui nome derivava dalle montagne di San Bernardino, lontane una ventina di chilometri e una volta visibili dal campus. Quando arrivai io, nel 1976, le montagne si erano ridotte a una mera sagoma in lontananza, una specie di fantasma topografico che scompariva del tutto dopo le dieci di mattina. Nuotavo e il sole mi arrossava la pelle, e col passare del giorno lo smog inghiottiva un’altra porzione di mondo visibile. A metà pomeriggio riuscivo a vedere fino a otto isolati di distanza. Poi sei. Poi quattro. Lo smog diventava un muro, una cosa viva e incombente.

L’inquinamento atmosferico cancellò il nostro ultimo legame con il paesaggio naturale della California del Sud. La strada dove abitavo si chiamava Safari Drive, una denominazione carica di ironia, vista la totale assenza di fauna nativa. I bulldozer e le colate di cemento avevano da tempo trasformato i corsi d’acqua in canali di scolo. Io e i miei vicini abitavamo allo spartiacque tra i torrenti La Cañada
Verde e Coyote, ma non li chiamavamo col loro vero nome, per noi erano solo «il fosso» o «il canale». D’inverno, per pochi memorabili giorni, questi ruscelli di cemento si riempivano di onde di pioggia acida venata di smog.

Quando lo smog ci ricopriva completamente, vivevamo in quel genere di mondo che si vede nei film distopici, dove l’aria letale ha lasciato soli gli umani in mezzo a campi e strade svuotati di ogni traccia di vita. Per noi sfortunati abitanti di South Whittier il mondo naturale esisteva nelle enciclopedie, i volumi del World Book della biblioteca scolastica con le loro immagini dell’Amazzonia e del Kalahari. Le foreste e i fiumi striati di fango ci erano estranei e le rane che dissezionavamo durante le lezioni di biologia arrivavano da un qualche remoto acquitrino dove il cielo era azzurro, le nuvole bianche e la pioggia incontaminata e pura.

L’ultimo anno di scuola pianificai la mia fuga. Studiai i cataloghi dei vari campus dell’Università della California e scelsi quello di Santa Cruz per le immagini delle sequoie, dei prati sconfinati e della vista sull’oceano. Guidai fin lì in direzione nord a bordo del mio Maggiolino Volkswagen e con l’occasione, mentre attraversavo il centro di Los Angeles, il Passo Cahuenga e la valle di San Fernando, diedi il mio contributo finale allo smog cittadino.

A Santa Cruz ho celebrato la mia prima Giornata della Terra. Ho incontrato specializzandi in scienze ambientali e persone che si spostavano dappertutto in bici, vegetariani che mi hanno spiegato in che modo gli allevamenti di bovini da cui si rifornisce McDonald’s distruggono le foreste pluviali, studenti di biologia marina preoccupati per gli oceani inquinati dalla plastica; gente che indossava gli scarponi da trekking su base giornaliera, che se gli girava prendeva e si allontanava nei boschi per sedersi a pensare. Erano l’avanguardia di un esercito verde il cui amore per la natura si diffondeva pian piano negli Stati Uniti, cambiandone leggi e regolamenti.

Alcuni decenni più tardi, quando sono tornato nella California del Sud e lì ho messo su famiglia all’inizio del nuovo millennio, ho scoperto che l’aria era migliorata sensibilmente. Grazie all’Agenzia per il monitoraggio della qualità dell’aria nella costa meridionale e agli scienziati che hanno inventato la marmitta catalitica, grazie alle lobby ecologiste che si sono adoperate per obbligare i costruttori di automobili a installare quelle marmitte, e grazie al nuovo rito a cui ogni possessore di automobile in California è ora vincolato: il test sulle emissioni. La battaglia per l’aria pulita non è affatto conclusa né vinta. Mentre scrivo, il nostro demagogico presidente e i suoi leccapiedi stanno tentando di depotenziare il Clean Air Act, la legge sull’aria pulita, con le autorità ambientaliste della California pronte a opporsi.

Eppure oggi, se mi allontano di pochi passi dal portone d’ingresso della mia casa a Mount Washington, fra le colline di Los Angeles, riesco a vedere chiaramente il profilo dell’isola di Santa Catalina, a ottanta chilometri in linea d’aria. Vedo le gru per container del porto di Los Angeles simili a insetti, e con il binocolo riesco a distinguere l’arco sottile del Vincent Thomas Bridge, il ponte sospeso, a quaranta chilometri di distanza. L’aria per chi vive laggiù purtroppo non è granché, né è priva di inquinanti, grazie alle raffinerie petrolifere nelle vicinanze; ma almeno io riesco a vedere, persino nelle giornate estive con un po’ di foschia. Posso camminare per un po’ e godermi la vista da Sea View Lane. La strada fu battezzata così negli anni Venti, prima dello smog, ma con la venuta dell’Era dell’Inquinamento Atmosferico quel nome divenne un triste anacronismo, perché l’unica vista che offriva era quella sulle stazioni di smistamento appena più in basso delle case fra le colline. Ma oggi, il più delle volte, da Sea View Lane vedo il sole scintillare sulle acque del Pacifico, poco oltre le torri massicce di Century City. Poterlo fare dà una sensazione che non appartiene interamente a questo mondo, come se al museo osservassi un diorama della città di Los Angeles, e non la città reale, sporca e imperfetta.

I miei due ragazzi sono nati nella California del Sud, ed entrambi hanno frequentato le medie e le superiori qui. Non hanno idea di cosa sia un Allarme smog (dal 1998 nella regione si è registrato un solo giorno con allarme di primo livello). Durante gli anni polverosi della recente siccità, solo in rare occasioni hanno dovuto fare a meno dei vasti panorami della California del Sud di cui noi residenti di Mount Washington godiamo. Nelle giornate limpide riescono a vedere fin quasi a centocinquanta chilometri di distanza, sino all’ombra indistinta delle montagne di San Jacinto che sovrastano Palm Springs. Compiute le loro prodezze giovanili, i ragazzi e mia figlia respirano liberamente. Giocano a softball, fanno arrampicata su roccia, e quando si dedicano a queste attività, persino nelle giornate più calde di luglio e di agosto, non hanno male ai polmoni a causa dello smog.

Ma Los Angeles è ancora un posto difficile in cui vivere. Con il traffico va peggio che mai. Le disuguaglianze nella città di oggi sono maggiori rispetto a quella della mia infanzia. Sono nato in un posto dove il plurale di «senzatetto» non apparteneva al linguaggio comune; adesso il mio quartiere sul pendio della collina è circondato da accampamenti di senzatetto. Forse il nostro orizzonte metaforico non appare tanto roseo, ma gli orizzonti letterali, per adesso, sono chiari e limpidi.

*

Titolo originale, Sea View Lane, copyright @ Héctor Tobar, all rights reserved.
Traduzione di Livia Lommi.