Cura western

di Dylan Brown

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Questo racconto è apparso originariamente su Hobart il 18 giugno 2018.

 

Lavoravo come finto pistolero a Virginia City, Nevada, e mi facevano fuori in mezzo alla strada quattro volte al giorno. La folla lievitava il sabato, quando arrivavano intere famiglie in gita. Con la gang, i Bulldogs, percorrevamo il Viale C nei nostri lunghi soprabiti, senza fretta, levandoci il cappello a ogni «fanciulla» e «giovanotto» che incrociavamo, finché gli uomini dello Sceriffo Drummond non ci falciavano in un lampo di proiettili immaginari.
Figuravo ufficialmente, nel caso a qualcuno interessi saperlo, come Sgherro Numero Tre. Il mio colloquio di lavoro si era tenuto dentro una roulotte che cadeva a pezzi, dove avevo notato che la temperatura era fissa a sedici gradi.

«Più bassa di così non si può» aveva detto il boss sconsolato, asciugandosi la fronte imperlata di sudore.
«Ad ogni modo, prima di capitombolare a faccia in giù, Sgherro Numero Tre di solito crolla in ginocchio. Il copione dice, uhm, stupore da sbudellamento».

Era la prima volta che sentivo dire «capitombolare», ma avevo annuito.

«Niente stronzate da fighetti» aveva aggiunto. «Non è Shakespeare».

Avevo annuito ancora e mi ero messo a ridere, immaginando che volesse fare il simpatico. Si era asciugato di nuovo il sudore dalla fronte. L’unico altro posto in città al quale avrei potuto ambire era per lavapiatti. Avevo appena compiuto ventitré anni ed ero tornato a vivere con mia madre, alla quale era stato diagnosticato un mesotelioma il mese prima. «Come quegli spot in tv» aveva detto a me e a mia sorella in video chat «pensa che fortuna».

La sua casa con doppia camera da letto stava a pochi isolati a est dal corso principale di Virginia City, il luogo dove si era ritirata dopo che il fratello maggiore era morto lasciandole la proprietà. Aveva un cortile coperto sul retro, con delle sedie di metallo bianche e un tavolo rotondo, sempre bianco, che teneva pulito come uno specchio.
Cadeva una di quelle rare piogge estive e lei aveva portato in tavola uova e bacon, succo d’arancia e caffè nero.

«Che peccato che tua sorella non è riuscita a venire» disse.

«Sai com’è, New York» risposi, dimenticandomi che non ci era mai stata.

«Guarda questa tabella» disse, allontanando il telefono dagli occhi.

Si accorse che facevo fatica a vedere e lo riportò più vicino. C’era scritto: sei mesi dopo la diagnosi, 55%; un anno dopo la diagnosi, 33%; cinque anni dopo la diagnosi, 9%.

«Bella rogna, eh?» disse. «Potrebbero restarmi solo cinque mesi».

«Bella rogna sì».

«Tuo padre ha detto che mi manderà un po’ di soldi ogni mese, carino, no?»

«Potresti anche far parte di quel 9%, però».

«Sei sempre stato l’ottimista della famiglia» disse, versandosi dello sciroppo sul bacon.

Dopo che ero «morto dissanguato» in mezzo alla strada, tornammo a casa e in cortile tirai fuori il barbecue da dietro il parasole, sistemandolo sul prato ingiallito e versandoci dentro una busta di carbonella. La mamma odiava gli hot-dog. Che poi alla fine le piacevano, ma non lo voleva dire. Con la prima paga mi ero procurato tutto il necessario, salsa ai sottaceti, senape piccante, crauti, formaggio grattugiato, e organizzai un angolo dei condimenti sopra un tavolino che avevo trovato abbandonato sul ciglio della strada. La mamma riposava in casa mentre io fuori mi occupavo della griglia, con addosso il grembiule da barbecue della Uncle Ray tutto macchiato. Aprii le pagnotte e le misi a pancia in giù ad abbrustolire prima di entrare a svegliarla.

«Non ce la faccio» mi disse, scacciandomi con un gesto della mano. «Mi spiace, sono troppo stanca».

«Ti porto dell’acqua?»

«No» rispose. «Vai pure. Arrivo fra un pochino. Lasciamene uno».

Le pagnotte erano ossa carbonizzate. Mangiai quattro o cinque hot-dog senza niente e mi scolai altrettante birre guardando il cielo arancio pesca cedere il passo a una notte color prugna. Dormii come un sasso, senza fare sogni.

Il mattino dopo sentii qualcuno che rovistava fuori farfugliando parolacce di ogni tipo. Mi trascinai in cortile e ci trovai la mamma che buttava nella spazzatura tutto il pane e le salsicce che avevo lasciato in giro. Quando si voltò verso di me per un istante non la riconobbi: non si era ancora truccata, eppure mi parve di non averla mai vista così bene, come ritrovarsi davanti agli occhi la mappa della sua vita intera.

Quando andavamo in macchina fino alla clinica si metteva un cappellino da baseball in testa e gli occhiali da aviatore, la sua «mise da stella del cinema», come la chiamava lei. Quel giorno durante il tragitto di ritorno si addormentò risvegliandosi al suono dell’interfono del McDonalds drive-thru che ci chiedeva se volevamo altro. Scosse la testa. «A posto così» dissi io. La mamma aprì la portiera dell’auto e vomitò.
«Va tutto bene?» chiese la voce.
«Mi darebbe anche dell’acqua?» risposi io. «E qualche tovagliolino in più?»
Non riuscivo a capire se fosse sveglia o stesse dormendo, poi mentre entravamo con la macchina nel vialetto di casa, la mamma disse: «Siamo sicuri che qualcuno abbia pulito il vomito da terra? Forse dovremmo tornare indietro a controllare».

Quel pomeriggio volle a tutti i costi che la portassi in sedia a rotelle ad assistere alla sparatoria.
Voleva vedere suo «figlio attore», e provai a spiegarle che non ero un attore, anche se in effetti mi sarebbe piaciuto fare un tentativo a L.A. un giorno, prima che fosse tardi. Restò fuori sulla passerella mentre io mi cambiavo d’abito e mi strofinavo della fuliggine in faccia. Quando raggiungemmo la collina la vidi che mi seguiva con lo sguardo, sorridendo e salutandomi con la mano da dietro la visiera da golf verde trasparente e gli occhiali da sole. Continuavo a pensare che una mattina l’avrei trovata incosciente nel letto e avrei dovuto chiamare l’ambulanza, sapendo già che sarebbe stato troppo tardi. O sdraiata nella doccia. O riversa sul tavolo della cucina dopo essersi fatta saltare le cervella con la semiautomatica di suo fratello, accanto un macabro bigliettino in cui chiedeva scusa per il disastro e suggeriva i prodotti che avrebbero potuto scrostare meglio pavimenti e pareti. E invece era ancora lì sulla sua sedia a rotelle che mi salutava e che, a quanto pareva, se la rideva alle mie spalle.

«Ehi, Tre» disse Numero Due, guardandomi dall’asfalto contro cui la sua faccia era appiccicata.

«Che c’è?» dissi.

Tutti i membri della gang dei Bulldog giacevano sparpagliati intorno a me, ansimando o in preda alle convulsioni.

«Sei morto» grugnì quello. «Buttati a terra, cazzo».

Non mi ero accorto di essere già stato colpito, così crollai in ginocchio ed esibii la migliore espressione da «stupore da sbudellamento» di cui ero capace mentre mi preparavo a sbattere la faccia a terra, contro il suolo che già mi veniva incontro a gran velocità, fin troppo impaziente di avermi tutto per sé. Pochi istanti dopo la mamma avrebbe esultato, io mi sarei rialzato e avrei fatto il mio saluto, improvvisamente guarito e come per miracolo di nuovo tutto intero.

*

Gli scritti di Dylan Brown sono apparsi su The CollagistEntropyGulf Coast e altri. Si è laureato alla Oregon State e vive a Los Angeles, dove lavora come professore aggiunto e libraio.

Titolo originale Western Medicine, copyright @ Dylan Brown, all rights reserved
Traduzione di Mario Alberto Galasso