di Katherine Sinback

Questo pezzo è stato pubblicato originariamente su Hobart il 27 marzo 2020

Ascolta tua madre.
Lei, dal rossetto rosso, quello squarcio sgargiante che sembra glielo abbia dipinto tu con le dita a quattro anni, quando potevi ancora fare pasticci. Quel casco di riccioli, piccoli tornado intirizziti che nel profondo ti suscitano ancora timore, anche se avresti voglia di strapparglieli uno alla volta dalla testa. Di stringerli fra le dita come trofei.
Ti strapperà via dal sonno un sabato mattina. Con il cielo nero ancora premuto contro il manto di brina indurita che ricopre il prato. Vestiti, niente di speciale, mormora. Ti ha preparato un borsone di vestiti vecchi che credevi avesse dato in beneficienza alla Grace Episcopal. Stai calma. Ti stanno ancora. I pantaloni di tela sono scoloriti. Uno strappo sciupa il colletto della camicia, ma l’esercito di uccellini blu impressi sul petto rimane vigile, occhietti a punta di spillo non ancora spenti dai lavaggi. Non trastullarti. Altrimenti ti rammenterà, L’hai combinato tu questo casino.
Non puoi mangiare né bere, ma si dimentica di comunicarti questi divieti. Dà uno schiaffo al bicchiere d’acqua che tieni in mano nella cucina buia. Va in frantumi contro la credenza, sopra il ripiano di formica verde. I suoi occhi si precipitano verso l’ingresso. Trattieni il fiato. Hanno sentito? Il tuo caos si è propagato, una tenda che si gonfia al vento quel tanto che basta a permetterle di sbirciare dentro. In fondo al corridoio il rombo lontano del russare di tuo padre, le assi del pavimento mute oltre la camera di tuo fratello. Tua madre espira. L’unico sorriso che vedrai quel giorno le si affaccia alle labbra, Quei due riuscirebbero a dormire anche con la Terza Guerra Mondiale. La sua voce ti sembra troppo forte per questo mondo di sussurri che vi tiene in palmo entrambe. Resti ferma, guardi la porta mentre lei raccoglie i vetri in una mano, passando uno straccio sul pavimento per sollevare i pezzi che non si vedono. Esci in punta di piedi, ancora assetata.
Un respiro profondo prima di salire in macchina. Aria fresca di montagna. Fumo e aghi di pino. Il freddo ti anestetizza le vie nasali, punge i polmoni. L’ultima boccata di aria buona che farai da qui a tre ore, perché tua madre accende sigarette dai mozziconi di altre sigarette e non ci pensa proprio ad aprire il finestrino. Il vento le scompiglierebbe i capelli disfacendo i riccioli argentati, e lei non dorme mica con i bigodini ogni notte per poi sciupare tutto così.
Il sollievo quando la radio si dissolve in un fruscìo. Non sai perché lei ascolti questa roba. Disprezza le chiese, ogni domenica lascia la Grace Episcopal più arrabbiata di quando arriva, ma forse scorge la grazia nei sermoni del Sud rigurgitati dalla sua macchina. O forse ti sta punendo. Per aver lasciato che Jimmy ti affondasse i fianchi nel grembo, come pugni. Per aver lasciato che la sua bocca ti accendesse dentro qualcosa. Una lama che si è fatta strada dentro te, ti ha aperta e lo ha lasciato entrare. Non soffermarti su quella notte. Non ripensare a come le assi del molo cotte dal sole ti avevano disseminato le cosce di schegge. I gemiti della tua gola simili ai grugniti dei maiali rivolti al trogolo. Il fiato di lui che sapeva d’alcol, la sua bocca dappertutto. Hai lasciato che la voglia avesse la meglio.
Niente panico una volta raggiunto il ciglio del vialetto di ghiaia, in una strada senza uscita. Affonda le unghie nel palmo della mano. Guarda lo spicchio argentato di luna andare e venire. Trattieni il fiato. Finirà presto. Il mattino sarà annebbiato dalle pillole, un tavolo da cucina coperto con un lenzuolo ingrigito, fitte gelide negli stessi punti che Jimmy aveva scaldato, punti più profondi, sangue, lacrime silenziose che scendono lungo la guancia, sangue sul metallo, sangue sul lenzuolo, sangue sulla garza che l’uomo ti metterà dentro. Riemergendo dal seminterrato, ancora annebbiata, penserai che sia sangue quello che macchia la bocca di tua madre. Provi a chiamarla ma le parole sono piantate in gola. Ti sorreggerà con le spalle per poi sistemarti sui sedili posteriori della macchina. Ecco. Visto? Come se non fosse successo niente. Guiderà fino a casa, fumando, lasciandoti sparire nel fruscìo di sottofondo.
Sopravviverai. Non sarai tra quelle che muoiono dissanguate, ma alla vista delle immagini di altre carneficine di donne sul libro della tua compagna di stanza correrai al bagno del dormitorio, a vomitare la colazione. Non sarai compromessa. Avrai un bambino, solo non questo.
Vai all’università. Non far caso a quegli amanti libertini dai capelli scompigliati che ti porgono margherite raccolte in cortile. Ragazzi splendenti per l’ardore della loro liberazione. Incontra un uomo. Un uomo a posto. Sposalo. Fatti accompagnare lungo la navata della Grace Episcopal da tuo padre, con il petto ansante dentro uno smoking grigio. Lascia che tua madre ti baci sulla guancia e strofini via il segno. Lascia che Jimmy ti tiri a sé per un abbraccio, lungo la fila degli invitati. I suoi genitori sono amici dei tuoi e sapevi che ci sarebbe stato, ma l’impatto del suo corpo quasi ti piega le ginocchia. Sorridi finché i denti non sono talmente asciutti da frenare le labbra.
Nella stanza accanto la tua bambina dorme. Ha un modo di guardarti che ti fa pensare che sappia già qualcosa, che ti conosca. Ha la bocca di tua madre, ormai morta. Non è ancora macchiata di rosso. Rifugiati nell’incavo della spalla di tuo marito, apri le labbra. Senti la storia del primo invaderti il petto, montarti in bocca come un pezzetto di gomma da masticare. Manda giù. Sentila diffondersi nel sangue, pomparti dentro a ogni pulsazione del cuore. Respira. Riponila in fondo, dov’è rimasta per tutti questi anni. Un angolo buio, il pavimento di un seminterrato. Il tuo corpo è una conchiglia, una cassa di risonanza. Questa storia riecheggia tra le tue cavità più profonde e ha il rumore dell’oceano. Premi la testa contro il perno della spalla di tuo marito. Chiudi gli occhi. Ascolta il mormorio del sangue, l’ombra tenue del tuo stesso battito nelle orecchie.

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Titolo originale, Listen, copyright @ Katherine Sinback, all rights reserved.
Traduzione di Agnese Capaccioli.