Una tela bianca

di Margot Mifflin

⏰ Tempo di lettura 26'

IN CUI SI PARLA DI: tatuaggi di gruppo, prigionia di Olive Oatman, storia del tatuaggio americano, cicatrici come storie, circo, donne libere, invenzione della macchina per tatuaggi, cavalli coinquilini, fede cieca, tatuaggi commemorativi di Auschwitz, Angelina Jolie, tatuaggi di loghi, la donna più tatuata del mondo.

La parola scritta dalla pagina alla pergamena vivente

Questo pezzo è apparso originariamente su The Believer, numero di dicembre 2005/gennaio 2006.

 

«Sai una cosa, amico? Un tatuaggio dice di chi lo guarda più di quanto non dica di chi ce l’ha sulla pelle».
– Sarah Hall, The Electric Michelangelo

«È solo questione di facciata. Un uomo può essere onesto sotto qualunque pelle».
– Hermann Melville, Moby Dick

 

Nel 2003 la scrittrice Shelley Jackson annunciò di voler pubblicare un racconto breve di 2.095 parole, intitolato Skin, sulla pelle di chiunque fosse disposto a farsene tatuare anche una minima parte. Soltanto grazie ai tatuaggi, pertanto, è oggi possibile leggere la storia, completata nel momento in cui l’ultima parola è stata «scritta» sul suo portatore, a pochi anni dall’avvio del progetto. La Jackson chiese ai partecipanti di leggere il suo romanzo, The Melancholy of Anatomy, prima di impegnarsi a tatuarsene una o più parole, per assicurarsi che apprezzassero il suo modo di scrivere, essendo Skin, a sua detta, una «traccia nascosta» all’interno del libro; sia il racconto che il libro in generale, infatti, esplorano il rapporto esistente tra parole e corpo.

Il progetto, commissionato dalla rivista Cabinet, è un profondo atto di decostruzione letteraria, che strappa le parole alla pagina scritta e le trasferisce sul corpo vivente, sposando così il lettore con il testo, il simbolo con il racconto, e in ultima analisi l’arte visiva con la finzione letteraria. Non sorprende che i volontari che si presentarono per questo progetto fossero studenti e docenti di letteratura, oltre ad artisti, graphic designer e tipografi. C’erano anche madri e figlie, amici che volevano diventare una frase o un’espressione specifica, un investigatore privato, il guardiano di uno zoo e un esperto di ghiacciai. Uno dei partecipanti era un collezionista di libri che vedeva il progetto come un’opportunità di mettere le mani su un manoscritto raro. A un altro piaceva il concetto di «un testo scritto sui corpi» e l’idea che questo testo potesse essere «cancellato con la morte e lo scorrere del tempo».

Per quanto sia sovversivo, Skin affonda le radici nella ricca tradizione simbolica dei tatuaggi presente nella letteratura americana. Dobbiamo ringraziare Hawthorne e Melville, i primi ad aver delineato il dualismo – uno personale e iconico, l’altro culturale e narrativo – che in seguito ha dato forma all’immaginario legato ai tatuaggi della narrativa americana. La lettera scarlatta (1850) e Moby Dick (1851), quelle due torri gemelle prototipo della letteratura simbolica, furono pubblicati negli anni in cui i corpi disegnati iniziavano ad approdare sulle sponde della coscienza americana, poco dopo che i tatuatori e i tatuati iniziassero a comparire sulla costa orientale e subito prima che la prima donna bianca tatuata d’America, Olive Oatman, venisse rilasciata in California dopo quattro anni di prigionia presso gli indiani Mojave. La Oatman fu «rimpatriata» (probabilmente contro la sua volontà) nel 1856 e ricomparve con un tatuaggio tribale sul viso che sconvolse il popolo americano.[1]

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Una «selvaggia vittoriana» era qualcosa da ammirare, e il suo tatuaggio ebbe sulle folle l’effetto – nel bene e nel male – della famigerata A di Hester Prynne: fu visto come un simbolo di confini oltrepassati e conoscenza proibita che in sé non racchiudeva alcun rimorso.[2]

Melville ci ha regalato un cortese cannibale, Queequeg, con un intero trattato cosmologico scritto sulla pelle («un magnifico lavoro in un unico volume», opera di un veggente), mentre Hawthorne ha creato una sprezzante «figura dall’eleganza perfetta» che sfoggia una sola lettera, un emblema di vergogna convertito in un mezzo di autodeterminazione. La lettera, seppur ricamata sulla veste, è un vero e proprio tatuaggio, che Hester continua a sfoggiare anche dopo il termine della condanna («[il suo marchio] è troppo profondo» spiega), ed è lo stesso che porta il suo complice nell’adulterio, Dimmesdale, il cui marchio è più esplicitamente «impresso nella carne».

Sia Queequeg che Hester sono personaggi esotici – lei una fuorilegge sessuale della cultura americana, lui un avventuriero venuto da chissà dove – ma se il primo non capisce i propri tatuaggi (contengono «misteri che neppure lui è in grado di capire»), la A di Hester denota maturazione emotiva e consapevolezza di sé, due concetti del tutto nuovi alle donne dell’epoca vittoriana – o almeno sino a quel momento mai declinati in letteratura. E sebbene il primo, significativo tatuaggio della letteratura americana compaia sul corpo di un uomo[3] il simbolismo legato ai tatuaggi è stato utilizzato da allora, per un secolo e mezzo, per lo più su personaggi femminili e, negli anni recenti, quasi esclusivamente da scrittrici donne. Come un marchio della vera identità della donna (nascosta, danneggiata o imprigionata che sia), il tatuaggio è sintesi perfetta di un tema femminile per eccellenza: la conciliazione tra mente, anima e corpo.

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La scrittrice Elizabeth Stoddard, che conosceva personalmente Hawthorne, tratteggia questo paradigma nel romanzo La famiglia Morgeson (1862), un’opera sottovalutata che dà vita alla granitica figura femminile di Cassandra Morgeson, donna molto sicura di sé nella sfera sessuale e dotata di grande sfrontatezza intellettuale. Come Hester, anche Cassandra è un’adultera impenitente; il suo amante, un uomo sposato, le muore accanto in seguito a un incidente in carrozza che lascia lei sfigurata da «cicatrici come fili» sulla guancia. Questi segni fungeranno, per il resto del libro, da simboli di una vita vissuta senza compromessi. Cassandra afferma perfino di esserseli procurati «in battaglia».

Se l’idea di considerare tatuaggi quelle cicatrici vi sembra tirata per i capelli, valutate però la risposta di Cassandra alla caparbia amica Helen, che (con un atto radicale per l’epoca) si fa tatuare le iniziali del promesso sposo in un braccialetto intorno al polso.

«Come puoi aver acconsentito a farti sfigurare così il braccio?» chiesi [io, Cassandra].

I suoi occhi lampeggiavano mentre rispondeva che non aveva mai considerato quei segni sotto quella luce.

«Potremmo essere tutte tatuate» disse il signor Somers.

Io lo sono, pensai.

In realtà ancora non è così, il dialogo sopracitato avviene poco prima dell’incidente. Cassandra deve ancora essere «sfigurata» dalle cicatrici e acconsentire alla profanazione di se stessa intessendo una relazione con un uomo sposato. Tuttavia più tardi, quando sorprende un’amica a fissarle le cicatrici, Cassandra le indica e dice: «Ancora tatuata». Le sue ferite di guerra sono il risultato di una volontà impavida, a differenza del tatuaggio di Helen, analogo a quello di un motociclista. Colta e testarda, Helen abbandona ogni ambizione, si fidanza e, una volta sposata, dice all’amica: «Il matrimonio pone fine alla saggezza delle donne; non ne hanno più bisogno».

La Stoddard applaude la sua ribelle protagonista e la ricompensa, alla fine del romanzo, con un compagno adatto – un uomo dolce e rilassato che ha corso a sua volta dei rischi (quello di definire se stesso come entità separata dalla vacua famiglia). La sua reazione alle cicatrici di Cassandra dimostra quanto sia meritevole di conquistarla. «Io sono tuo, come lo sono stato dalla prima sera in cui ti ho chiesto “E quelle cicatrici?”» le dice in una lettera. «Hai intuito che ci ho letto la tua storia?»

Cicatrici come storie. Tatuaggi come simboli. La storia personale che si manifesta fisicamente in segni che non possono essere nascosti. Il fatto che Hester Prynne sia «nata» solo un anno prima che la tatuata Olive Oatman venisse presa in ostaggio dagli indiani è solo una coincidenza, tuttavia il personaggio di Cassandra Morgeson è certamente ispirato a lei. La studiosa Jennifer Putzi, autrice di un’approfondita analisi dei segni sui corpi dei personaggi de La famiglia Morgeson[4],  osserva che la Stoddard, la quale iniziò a scrivere il romanzo nel 1860, lavorava al Daily Alta California di San Francisco in quei mesi del 1856 in cui il periodico si occupò del ritorno a casa della Oatman. In molti la fotografarono e intervistarono, e il reverendo Royal B. Stratton ne scrisse una biografia, Life Among the Indians (una delle ultime storie di prigionia prima che i nativi americani venissero annientati ovunque e per sempre impossibilitati a prendere altri prigionieri), che divenne un best seller ed è stata ristampata quasi a ciclo continuo dopo la prima pubblicazione.

Nelle apparizioni pubbliche in cui raccontava la propria prigionia la Oatman parlava come una donna grata di essere tornata alla civiltà dei bianchi, sebbene i dettagli presenti nella sua biografia inducano a credere che si fosse ben integrata nella cultura mojave, e che avesse una madre e una sorella amorevoli (e, sospettavano alcuni, anche un marito e dei figli, il che sembra piuttosto improbabile). Del tutto consapevole, visti i due secoli di racconti di prigionia che l’avevano preceduta, del fatto che gli americani fossero ostili alle ex prigioniere bianche che legavano con le loro famiglie indiane, Olive non parlò dei lati positivi dei Mojave: non disse che erano spiriti liberi, monogami che vedevano il sesso come un passatempo meraviglioso in cui indulgere e da incoraggiare. Non parlò – come avevano fatto alcune ex prigioniere che prima di lei avevano opposto resistenza alla liberazione – delle libertà di cui godevano le donne indiane, a cominciare (per i Mojave) dalla possibilità di girare a torso nudo e scalze nel deserto in un’epoca in cui le donne bianche indossavano la gonna lunga e la sottogonna. E non spiegò perché, nelle settimane del 1853 in cui alcuni membri del gruppo ferroviario Whipple erano sopraggiunti al villaggio per commerciare e socializzare con i Mojave, non si fosse mostrata come la donna bianca che era, sebbene i Mojave le avessero detto che poteva andarsene quando voleva. Il tatuaggio della Oatman si riferiva sia alla vita che era stata costretta ad abbandonare inizialmente sia a quella che aveva scelto di vivere in seguito.

Con la sua cruenta storia di aggressione, rapimento, marchi e avventure indiane, la Oatman era la personificazione di un personaggio di finzione. Il suo tatuaggio la distingueva, come Hawthorne dice della sua Hester, «alienandola dai rapporti consueti col prossimo e confinandola in una sfera a sé stante». Sebbene si sposi con un banchiere texano e adotti un bambino, non può essere una vera signora vittoriana con quel tatuaggio in faccia che ricorda sempre a chiunque la guardi la sua vita tra i «selvaggi».

La Oatman, più vittima che un’eroina, era una sopravvissuta che si adattò in una nazione dove i confini della decenza si spostavano senza sosta e le varie culture entravano in continuo conflitto. In quanto figura simbolica fu oggetto di ammirazione e speculazioni per un secolo e mezzo. La Stoddard fu solo una tra i tanti artisti che (si dice) la usarono come paradigma. La statua di Erastus Dow Palmer, The White Captive, scolpita nel 1857 ed esposta al Metropolitan Museum of Art di New York, fu ispirata a lei; il pittore californiano Charles Nahl ritrasse il massacro degli Oatman nel 1856 e un episodio di Death Valleys Days del 1965, con protagonista Ronald Reagan, ne ripropose la storia. Tuttavia Olive Oatman non stimolò ulteriori azzardi letterali che alla fine del XX secolo, quando le modifiche corporee divennero studiatamente alla moda, soprattutto per le donne.

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Intanto l’America convenzionale ammirava la novità dei tatuaggi nei circhi degli anni Novanta dell’800, in seguito li disprezzò come mezzi estremi per racimolare soldi facili nei freak show degli anni della Depressione, distolse lo sguardo quando comparvero sulle braccia dei sopravvissuti di Auschwitz negli anni Quaranta e li bollò come fissazioni da motociclista negli anni Cinquanta e Sessanta. Quando i tatuaggi divennero indissolubilmente legati alla perversione sociale scomparvero dalla letteratura americana dei primi tre quarti del XX secolo; un’eccezione è la raccolta di racconti di Ray Bradbury, Il gioco dei pianeti (1951), nota anche come L’uomo illustrato, la cui storia omonima parla di un giostraio con commoventi tatuaggi premonitori che diventano punti di partenza per introdurre gli altri racconti della raccolta.[5]

Cosa abbastanza strana, fu lo scrittore di crime fiction Elmore Leonard a tornare alla Oatman e al suo tatuaggio, nel racconto western del 1982 La donna apache (il viso della Oatman comparve perfino sulla copertina della sua raccolta di racconti uscita nel 1998, The Tonto Woman and Other Stories). Leonard, che conosceva bene la storia, ne modificò i dettagli facendo sposare Olive prima del rapimento (in realtà sappiamo che aveva appena tredici anni quando fu catturata), affibbiandole ben dodici (non quattro) anni di prigionia tra i Mojave e tratteggiando il marito come un freddo e ricco ranchero che, al suo ritorno, la costringe a vivere da sola nel deserto invece che nel suo ranch (in realtà la Oatman andò a scuola e sposò un uomo incontrato dopo la liberazione).

Il principale dettaglio su cui Leonard si sofferma a lungo, tuttavia, è il tatuaggio. La prigioniera del suo racconto, Sarah Isham, chiede ai Mojave di tatuarle non solo il mento, ma anche le guance. «Ho detto loro che, se proprio dovevano farlo, allora che lo facessero per bene. Non soltanto una sbavatura blu» racconta a Ruben Vega, un ladro di cavalli messicano. Impressionato dal fatto che la donna insista tanto su quei segni sul viso, la esorta a ricordare sempre: «Non c’è nessun altro al mondo come te». Le tocca perfino il tatuaggio e le dice: «Sei qui, vero? Dietro queste piccole sbarre. Sono poca cosa. Non bastano a trattenerti».

Quindici anni dopo la pubblicazione del racconto di Leonard, il tatuaggio della Oatman ricomparve nel libro di Elizabeth Grayson So Wide the Sky (1997), un coinvolgente romanzo d’amore pieno zeppo di dettagli di quel periodo (gli anni Sessanta dell’800) e rovinato solo da agghiaccianti eufemismi da romanzetto rosa in cui gli uomini maneggiano la propria «virilità» nelle vicinanze della «montagnola» delle donne. La Grayson spiega, nella nota dell’autrice, che il libro le era stato ispirato direttamente dalla Oatman, di cui aveva visto la fotografia nella collana Old West di Time-Life. Cassie Morgan (che abbia voluto citare indirettamente anche Cassandra Morgeson?), prigioniera dei Kiowa per nove anni, torna alla civiltà con un tatuaggio sulla faccia e sposa il suo amore d’infanzia, diventato un freddo e bigotto capitano, che prova repulsione per lo spirito libero e la volontà incrollabile di lei. Al contrario, uno scout mezzo indiano di nome Hunter Jalbert, comprende appieno la sua essenza e la conquista. Come in La famiglia Morgeson e La donna apache, l’amore viene consumato quando si tocca la cicatrice. Jalbert accarezza il mento di Cassie e dice: «Questa ti rende speciale… ti rende bella. Ti rende mia».

Cassie, scrive la Grayson, «aveva finalmente trovato una persona che la vedeva per quello che era».

Nel legare i propri personaggi ad amanti «minori», sia Leonard che la Grayson riconoscono le implicazioni etniche del tatuaggio della Oatman: la selvaggia bianca sfoggia l’equivalente di un volto indiano, un volto che solo un uomo dalla pelle scura può «vedere» davvero. E anche se è possibile che il commento di Jalbert – «ti rende mia» – sia soltanto una sdolcinatezza da romanzo d’amore, può anche significare che il tatuaggio tribale faccia sì che Cassie appartenga a lui anche a livello culturale.[6]

Ogni personaggio femminile tatuato di cui ho parlato finora reca su di sé un marchio carico di connotazioni sessuali o che invita a provare un qualche tipo di interesse romantico. La A di Hester Prynne e le cicatrici di Cassandra Morgeson sono una conseguenza dell’adulterio; i tatuaggi di Sarah Isham e Cassie Morgan fanno intuire un che di selvaggio che terrorizza i mariti bianchi e attira uomini «nativi» nella loro sfera sessuale. Questi segni sono come stendardi che fanno scappare a gambe levate i puritani – un concetto che la Stoddard sbandiera definendo la possente Cassandra in contrasto con la sua debole e passiva madre («I puritani hanno parecchio di cui rispondere, in tua madre» osserva sardonica la zia di Cassandra). Di recente, tuttavia, il tatuaggio letterario si è liberato dei suoi sottesi puritani una volta per tutte.

Negli anni Novanta, quando questa forma artistica ha fatto il suo ingresso nelle classi medie, e le donne appartenenti a quel ceto in particolare sono diventate le persone più tatuate d’America, i tatuaggi hanno iniziato a comparire nei romanzi femminili quasi con la stessa velocità con cui hanno cominciato a fare capolino dall’orlo delle gonne e dei pantaloni. In Eve’s Tattoo di Emily Prager (1991), il tatuaggio del titolo è il risultato di una crisi di mezza età esacerbata dal senso di colpa tipico dei bianchi. Per il suo quarantesimo compleanno la protagonista, Eve, cristiana bianca ed editorialista irriverente, si fa tatuare sul braccio il numero di un prigioniero di Auschwitz. Paragona quel tatuaggio a un bracciale commemorativo, di quelli che si usano per ricordare i soldati caduti in guerra e afferma che, in quanto quarantenne senza figli, desiderava «dare vita a qualcuno». Ma il tatuaggio riguarda anche, dice Eve, «il cuore e l’anima delle donne. Riguarda me. Sono di origine tedesca, sono cristiana e sono una donna. Devo saperlo: ho lo sterminio di massa nel sangue oppure no?»

Le sue amiche guardano fra il divertito e l’imbarazzato a quel tatuaggio che a loro parere sminuisce l’Olocausto trasformandolo in banale rimedio a una crisi di mezza età. D’altro canto proprio per ciò che rappresenta riesce, come Eve aveva sperato, a portare il prossimo a confrontarsi con la storia strappandolo per un attimo all’indifferenza. «All’improvviso non sembravano più snob o cinici, sazi o annoiati, stanchi o iperattivi, ma solo degli esseri umani, fragili, con l’espressione ammorbidita da un’empatia che loro stessi non immaginavano di poter provare»[7]. Come ne Il gioco dei pianeti di Bradbury, anche qui il tatuaggio è il punto di partenza per una serie di racconti: ogni volta che un estraneo la interroga sul suo significato, Eve elabora una nuova, dettagliata biografia per la sua vittima, che chiama «Eva».

«Farsi il tatuaggio era stato un atto radicale, questo lo sapeva» scrive la Prager. «[E]d era destino che turbasse qualche animo». Primo fra tutti quello del suo fidanzato, che si scopre ebreo e la lascia. Eve tira avanti da sola, identificandosi con la sua vittima/alter ego e rispondendo alle tante domande su quel numero che ha sul braccio, finché non incontra un vero sopravvissuto all’Olocausto che la aiuta a comprendere che facendosi fare quel tatuaggio ha commesso un deplorevole, vergognoso errore. Poco dopo, in una svolta un po’ stiracchiata della trama, Eve ha un incidente d’auto e si rompe il braccio. L’operazione cui deve sottoporsi danneggerà irrimediabilmente il tatuaggio.

Il marchio di Eve sovverte un secolo di simbologia nell’ambito dei tatuaggi femminili, e nel farlo sottolinea le ampie libertà che le donne si sono conquistate dall’epoca della Stoddard. Invece di rappresentare una donna depressa che diventa indipendente o la redenzione di una donna sovversiva, quel numero tatuato simboleggia il tentativo di una donna libera, politicamente e sessualmente, di comprendere cosa sia l’oppressione. A differenza di quelli di Cassandra o delle varie rappresentazioni di Olive Oatman, i segni sulla pelle di Eve non hanno una connotazione sessuale positiva. Anzi, disgustano il suo amante, che non solo si rifiuta di toccarli, ma proprio a causa loro si rifiuta di fare sesso con lei, e infine la lascia.

Ma la libertà più importante che Eve conquista grazie al tatuaggio è l’autonomia sessuale, professionale e politica. Come i moderni primitivi, che bramano un cerimoniale nelle loro vite prive di rituali e lo trovano in comunità tribali fittizie, Eve cerca uno scopo e un senso al di là della sua cultura. «[Sono] vittima di privilegi infiniti» dice al vero sopravvissuto. «Ho della vita che mi avanza». In un’astuta svolta ironica, il romanzo si conclude con Eve che scopre che la vittima dell’Olocausto, con la quale si è identificata per tutta la storia, in realtà non era affatto tale.

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Dalla pubblicazione di Eve’s Tattoo il tatuaggio in letteratura è stato immaginato nella stragrande maggioranza dei casi da e per le donne. Perché? La Prager scriveva in un’epoca in cui i problemi delle donne iniziavano a popolare i discorsi politici, dalle scelte che potevano operare – aborto, chirurgia estetica e maternità in vitro – alle forze al di là del loro controllo, come il cancro al seno e i disturbi alimentari.

Il moderno tatuaggio letterario esplora sia gli antichi concetti dell’identità culturale sia una nuova e complessa serie di questioni sociali contemporanee. Il tatuaggio della prigionia, della punizione – quello per intendersi di Hawthorne e della Oatman – viene oggi reimmaginato in un’epoca di crimini sessuali e rapimenti di minori. Tattoo Girl di Brooke Stevens (2001), per esempio, parla di una bambina rapita da un fondamentalista religioso e ricoperta dalla testa ai piedi, viso escluso, di scaglie tatuate di pesce. Quei segni, tuttavia, hanno un simbolismo limitato (il pastore-rapitore è un folle «pescatore di uomini») e non hanno altro scopo all’interno della storia che di mostrare quanto la vittima sia stata danneggiata dall’esperienza del rapimento. In La ragazza tatuata (2003) di Joyce Carol Oates, un’antisemita bianca con un passato di abusi e di insulsi tatuaggi imposti con la forza, finisce a vivere in una città universitaria e intraprende un rapporto di amore/odio con la sua datrice di lavoro ebrea. (La protagonista sfoggia un tatuaggio sul viso che a volte viene scambiato per una voglia, il che ci rimanda nuovamente a Hawthorne).[8]

Ancora più interessante è il romanzo di Jill Ciment, The Tattoo Artist, pubblicato nell’agosto 2005, in quanto la vittima sovverte le proprie sorti e diventa lei stessa una tatuatrice. Ambientato all’inizio del XX secolo, è la storia di una pittrice ebrea degli anni Trenta, Sara Ehrenreich, che si reca in un’immaginaria isola del Pacifico e lì viene tatuata contro la sua volontà (sul viso) dai nativi che la incolpano di aver portato sull’isola una rovinosa tempesta. Sara resta sull’isola e diventa amica dei nativi, impara a tatuare e si incide immagini del suo recente passato su ogni parte del corpo finché, trent’anni dopo, viene salvata. Avendo perso la sua identità originaria, sia fisicamente che geograficamente, Sara può chiamare «casa» soltanto il proprio corpo disegnato.[9] È una Queequeg al contrario: un’emarginata culturale in una terra sconosciuta, il cui primo tatuaggio è opera di un uomo di nome Ishmael. Il romanzo della Ciment segna un momento di transizione: da una trama popolata di personaggi tatuati si passa a una storia in cui l’atto (e l’arte) del tatuaggio diventa il leitmotiv dominante. Per pura coincidenza fu pubblicato due mesi prima dell’uscita in America del nuovo romanzo di Sarah Hall, The Electric Michelangelo, in cui l’immaginario, le pratiche, la storia e l’iconografia del tatuaggio si fondono per dare vita a un sontuoso spettacolo di immaginazione letteraria.

The Electric Michelangelo contiene tante di quelle informazioni legate alla tradizione del tatuaggio da costituire di per sé un saggio sull’arte di decorare la pelle. Il protagonista è Cy Parks, un orfanello che impara il mestiere da un tatuatore nella Morecambe di fine secolo, in Inghilterra. Il mentore di Cy, Eliot Riley, è un genio tormentato il cui pessimo carattere e l’inclinazione a bere annacquano la sua intrinseca integrità morale (il nome è significativo: Tom Riley era un tatuatore inglese molto famoso alla fine dei XIX secolo e suo cugino americano, Samuel O’Reilly, inventò la macchina elettrica per tatuaggi nel 1891, lo strumento che mise questa forma d’arte a disposizione delle masse. Riley fu il primo artista britannico a farne uso). Come si conviene, il Riley del romanzo fa arte dichiaratamente proletaria: «È socialismo personale, amico» dice. «Sono tutti inclusi, tutti possono guardare una persona e condividere con gli altri quello che ci vedono e non ci vedono… E sai una cosa, amico? Un tatuaggio dice di chi lo guarda più di quanto non dica di chi ce lo porta sulla pelle».[10]

Nel suo studio Riley è «come un bardo, un re, un dio, che intesse un’accurata e maestosa trama sui corpi di coloro che sono disposti ad accettare la sua definizione di bellezza». Nella vita di tutti i giorni è un perdente, disprezzato per il suo mestiere, poco raffinato, e per il vizio dell’alcol. Eppure diventa una sorta di padre per Cy. Riley insegna al ragazzino non solo l’arte del tatuaggio, ma la storia dell’arte, istruendolo sul genio di Raffaello, sul concetto di bellezza di Rembrandt e sulla visione di Blake di inferno e paradiso. Costretto a diventare di colpo adulto, prima a causa della morte della madre, poi della caduta di Riley nella maledizione dell’alcol, Cy fa i bagagli, attraversa l’Atlantico e apre il suo studio a Coney Island. Come Riley anche lui attinge dalla ricchezza della psicologia umana. Quando il suo ago «si immerge inconsapevolmente in un’anima e si imbatte in un significato, nasce un legame confidenziale, indelebile come sangue o petrolio, e i clienti confessano il motivo che si nasconde dietro il tatuaggio… le loro storie sono rivelatrici, orrende, illuminanti… tatuare significa capire che tutti, nel loro mistero confuso, vogliono soltanto reclamare il proprio corpo come loro, un luogo sul quale costruire un faro, innalzare un palo o appendere un manifesto, un avviso, per celebrarsi, per parlare di se stessi».

Una delle clienti in questione è Grace, una circense dell’est Europa che vive in casa con un cavallo e che commissiona a Cy un tatuaggio total body fatto di soli occhi. Invece di pagare solo per guardarla esibirsi, spiega, «la gente pagherà per vedermi mentre li guardo. Sarà un bello scherzetto. Sarà come essere la donna invisibile… altrimenti il mio corpo apparterrebbe a loro». Quel tentativo di Grace di ribattere allo sguardo degli uomini nasce come un delicato atto erotico. Molto si è detto del tatuaggio come metafora del sesso – dopotutto è un misto di sottomissione, tocco, penetrazione e scambio di fluidi corporei. Ma nelle parole di Sarah Hall il processo, per quanto sia sessualmente connotato agli occhi di Cy (che è innamorato di Grace), diventa una questione di astensione e rispetto: sebbene tema di eccitarsi mentre lavora su di lei, il ragazzo scopre che gli è possibile «toccare Grace solo in modo professionale».

Nell’arco di sedici sessioni i due discutono di cultura e politica, della guerra in Europa e perfino dei numeri che vengono tatuati sugli ebrei. Quando Cy le chiede perché faccia quel mestiere, se non vuole essere guardata – ha notato che è proprio il tatuaggio che le sta facendo ad attirare lo sguardo del prossimo – lei si infuria. «Non posso dire che non puoi avere il mio corpo, visto che è tutto già deciso, già concesso… Posso solo interferire con ciò che la gente ritiene già di sua proprietà… Posso interrompere, come un maleducato durante una conversazione».

Ma con una svolta imprevista che, se ve la raccontassi, rovinerebbe il finale, gli sguardi maleducati che sgorgano dal corpo della Signora dai Molti Occhi mentre rotea sul palco del luna park provocano una reazione rovinosa. Un mese dopo, quando Grace è ormai svanita dalla sua vita, Cy ripercorre il «viaggio intorno al suo corpo» e prende in considerazione la possibilità che fossero proprio le sedute «i momenti in cui stavano facendo l’amore, dopotutto».

La Hall ha preso il tessuto della storia dei tatuaggi – le mappe sulla pelle di Melville (i clienti di Cy) e la modella emblematica di Hawthorne (Grace) – e l’ha ricucito in una nuova forma. La sua storia è forse un po’ troppo lunga (sfocia nell’epoca moderna, quando una piercer diventa amica di Cy e la monodimensionalità del piercing – niente disegni, né varietà, né eredità storiche – appiattisce la ricchezza semiotica del tatuaggio) ma, proprio come il tatuaggio di Bradbury, apre una finestra sulla vita delle persone. Il lavoro di Cy fa emergere un mondo sotterraneo fatto di amore e odio, rimorso e vendetta, eccentricità e fede, confermando la sua scoperta che «[a] meno che non arrivi ancora frignante e insanguinato e tirato fuori due secondi prima dal ventre della madre, nessun uomo può essere considerato una tela bianca».

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E quindi da quel momento che strada ha preso il tatuaggio nella letteratura? Shelley Jackson ha risposto a questa domanda togliendolo dalla pagina e applicandolo su quella che Melville chiamava «pergamena vivente».

Fino ad allora erano state le parole a descrivere il tatuaggio in letteratura. Con Skin le parole diventano tatuaggio. Fino ad allora i lettori leggevano la storia. Con Skin sono la storia. «Da questo momento in avanti i partecipanti verranno chiamati “parole”» spiega la Jackson sul suo sito web. «Non portatori né agenti del testo che trasportano, bensì loro incarnazione».

Il progetto della Jackson è un’inversione provocatoria: gran parte dei tatuaggi è simbolo di individualità, mentre i suoi acquisiscono significato soltanto nella dimensione collettiva, e perdono la loro essenza quando la storia muore, parola per parola, insieme al suo portatore.[11] E se alcuni tatuaggi della letteratura hanno avuto delle controparti reali – Olive Oatman e Sara Isham, madame Chinchilla e la Eve della Prager – i tatuaggi reali della Jackson, per pura coincidenza, trovano le loro controparti nella letteratura. In The Tattoo Artist la Ciment scrive: «Gli isolani disegnano sui propri corpi in modo tale che la somma delle loro creazioni sia sempre più grande delle singole parti. Il tatuaggio del singolo viene considerato significativo dalla tribù quanto una parola strappata dal suo contesto». La differenza è che il testo della Jackson non troverà mai coesione fisica, dal momento che le sue «parole» sono sparpagliate in tutto il mondo.

Eppure l’intento comunitario della scrittrice colpisce. Il corpo in questo contesto non è, come quello di Cassandra Morgeson, un campo di battaglia: è un corpus che esprime fede cieca nella letteratura, sebbene il confine che separa quest’ultima dall’arte concettuale sia sottile (la Jackson è laureata sia in arte che in scrittura creativa). Una delle volontarie si è fatta avanti proprio per il suo amore verso l’arte concettuale e i libri. Il progetto l’ha portata a chiedersi «fino a che punto i partecipanti sentono che la parola li definisce come individui, piuttosto che significare soltanto la storia alla quale hanno preso parte». Non sa a cosa o a chi si riferisca la sua parola («you»), e l’idea le risulta «molto intrigante a livello metafisico». Le persone che le camminano dietro e la vedono tatuata sulla sua nuca, presumono che si riferisca a loro. La Jackson ha donato alla parola scritta una vita segreta nella sua storia, oltre a quella pubblica di simbolo autonomo contestualizzato dal suo stesso portatore.

Un’altra partecipante ha dichiarato che il suo tatuaggio – la parola «words» – incarna un aspetto fondamentale per lei, studentessa e insegnante di letteratura. Fino a quel momento, dice, «sono esistita e ho interagito al di fuori del mondo. Ora sono una parola. Chi mi leggerà, interiorizzerà, interpreterà? Chi c’è nella mia frase? Faccio parte di una proposizione principale o dipendente? Qualcuno è il mio aggettivo? Chi è il mio verbo? Mi piacerebbero le altre parole della mia frase? Le incontrerò mai?»

I tatuaggi continueranno a subire mutazioni sulla pagina stampata, ma c’è qualcosa di intrinsecamente gratificante sia nel fatto che Melville li abbia introdotti nella letteratura attraverso un personaggio che sulla pelle recava misteri che neppure lui era in grado di capire, sia nel modo in cui la Jackson, centocinquanta anni più tardi, li ha riversati sui lettori, coinvolgendoli fisicamente in una storia che, almeno per il momento, resta un mistero.


  1. La tredicenne Oatman e la sorella minore Mary Ann, di sette anni, furono catturate nel 1851 dagli indiani Yavapai, che uccisero la loro famiglia nell’Arizona meridionale (oggi Messico) mentre si dirigeva a ovest dall’Illinois con una carovana. Per un anno intero le ragazze vissero come schiave degli Yavapai finché i Mojave non ebbero pietà di loro e le acquistarono, affidandole alla famiglia di un capo minore il quale le trattò come se fossero figlie sue. Vennero tatuate nell’ambito di un tipico rituale mojave legato al raggiungimento della pubertà, un cerimoniale che garantiva loro l’ingresso nei beati pascoli. Mary Ann morì nel corso di una carestia, ma Olive visse quattro anni tra i Mojave finché non fu salvata – suo malgrado – dall’esercito degli Stati Uniti, all’inizio del 1856. Abbronzata, tatuata e con indosso solo un gonnellino, in pochi la riconobbero come donna bianca quando approdò sulla sponda est del fiume Colorado. All’avvicinarsi dei suoi salvatori, Olive crollò a sedere sulla sabbia, si coprì il viso e pianse. 
  2. La studiosa Kathryn Zabelle Derounian-Stodola è stata la prima a tratteggiare il parallelismo tra la A di Hester e il tatuaggio della Oatman, nell’ articolo «The Captive and Her Editor: The Ciphering of Olive Oatman and Royal B. Stratton», comparso su Prospects: An Annual of American Cultural Studies 23 (1998).
  3. Tecnicamente i primi personaggi tatuati di Melville sono quelli del suo primo, trascurabile romanzo del 1846, Taipi, nel quale lo scrittore presenta il re tatuato di Nukuheva e sua moglie, la quale ammira i tatuaggi di un vecchio marinaio e scosta il mantello di seta lungo fino alle caviglie per mostrare i suoi disegni a spirale; nel libro sono presenti anche dei nativi tatuati delle Isole Marchesi (uno dei quali spinge Tommo, il narratore, a farsi fare un tatuaggio in faccia), e la sontuosa Fayaway, che ha tre puntini tatuati su ciascun labbro e due linee parallele sulle spalle riempite di «figure squisitamente eseguite».
  4. Il suo saggio «Tattooed Still: The Inscription of Female Agency in Elizabeth Stoddard’s The Morgesons» è comparso su Western American Literature (estate 2004).
  5. Cosa significativa, l’uomo illustrato fu tatuato sul finire del secolo, quando non è chiaro se esistessero tatuatrici donne, da una strega proveniente dal futuro. Bradbury presagisce il ruolo centrale che le donne assunsero in questo mondo durante gli anni Settanta e che continuano a ricoprire ancora oggi.
  6. Nel 2003 il simbolismo dei tatuaggi ispirato alla vicenda della Oatman subì una svolta radicale con Ransom’s Mark di Wendy Lawton. Uno dei quattro volumi per bambini sulla Oatman pubblicati nell’ultimo decennio (e venduto insieme a una bambola di porcellana di Olive del valore di 650 dollari), Ransom’s Mark è la storia romanzata in chiave cristiana delle vicende della ragazza, dove il famoso tatuaggio è visto come un «segno dell’amore e della salvezza di Dio». Nel libro la Lawton attua un’inversione simbolica: i Mojave, insensibili al lavoro dei missionari, usavano i tatuaggi facciali per assicurarsi l’ingresso nel loro paradiso. La Lawton li tratteggia prima con rispetto, presentandoli come i salvatori della Oatman (perché la comprarono dalla tribù ostile che l’aveva rapita uccidendo la sua famiglia), poi infarcisce i loro tatuaggi di semiotica cristiana. Il tatuaggio della ragazza, scrive, «è diventato segno di riscatto, il ricordo del prezzo pagato per lei dai Mojave e la loro promessa di protezione. Quando Olive ha intuito l’intento di Dio e la fiamma della fede si è riaccesa in lei, ha cominciato anche a considerare il proprio ki-e-chook [tatuaggio] come un modo per ricordare il prezzo che Cristo aveva dovuto pagare per riscattarla, offrendole la Sua stessa vita e la Sua promessa di protezione». La Lawton sembra velatamente suggerire che al buon osservatore cristiano quei segni sul mento della Oatman possono apparire come una croce.
  7. Cosa sorprendente, il personaggio della Prager ha un corrispettivo reale. Nei primi anni Novanta la tatuatrice californiana Madame Chinchilla, conducendo delle ricerche per la mostra intitolata «Tattoos Without Consent», si imbatté nel diario di un tatuatore di Auschwitz e trovò il numero di una neonata marchiata alla nascita, e in seguito uccisa. Chinchilla (ebrea) e un’amica (che le aveva rivelato la data di nascita della piccola) commemorarono la vittima nel giorno del suo cinquantunesimo compleanno tatuandosi il suo numero sulle braccia. La chiamarono Rose e trascurarono appositamente il tatuaggio in modo che sbiadisse proprio come sul braccio di un sopravvissuto dell’Olocausto. Chinchilla scoprì con sorpresa l’esistenza del romanzo della Prager poco dopo essersi tatuata. Afferma di aver trovato Eve’s Tattoo un modo «interessante, sensibile e creativo» di trattare l’argomento.
  8. Il tatuaggio come forma di emarginazione, quel vecchio caposaldo che risale a Queequeg, viene ripreso sia nella letteratura maschile che femminile tramutato in un sottogenere della crime fiction, ossia la sottocultura del tatuaggio, che si limita a marchiare lo spregevole o il criminale o inserisce il protagonista in un sottomondo fuorilegge. Nel romanzo di John Burdett, L’uomo di Bangkok (2005), ad esempio, il bersaglio dell’investigatore-eroe è un tatuatore giapponese che tatua un’immagine del monte Fuji sulla fronte di un mafioso ubriaco per mostrare a tutti quanto è cattivo. Francine Prose, invece, modifica leggermente questo concetto nel suo romanzo A Changed Man, in cui il protagonista skinhead rinuncia al razzismo (e ai suoi tatuaggi) per consegnarsi a una fondazione umanitaria che lo «riformi» agli occhi dell’opinione pubblica.
  9. Il problema principale di Sara (nonché il simbolo centrale della sua identità confusa) è il tatuaggio facciale che, come quello della Oatman, cambia definitivamente la sua identità culturale. Perfino Krystyne Kolorful, che detiene il record mondiale come una delle due donne più tatuate del pianeta, ha dichiarato che non si tatuerebbe mai la faccia perché i disegni sul viso alterano (invece che abbellire) l’identità di chi li sfoggia. Inoltre i tatuaggi sul volto continuano a essere interpretati come un simbolo di «barbarie». Quello di Mike Tyson, ad esempio, ha suscitato una disdicevole discussione razziale su un sito web chiamato Love the Drake (dondrake.com). Un utente ha scritto: «Se c’erano ancora dubbi che Mike fosse una testa di cazzo mangiabanane, questa ne è la dimostrazione». Un altro lo accusava di essere una «scimmia, un porcho [sic] stupratore». Un terzo lo definiva «Tarzan di merda» e si chiedeva: «C’è mica una convention di Quee Queg [sic] in città?» Per fortuna l’amministratore ha chiuso la discussione dicendo: «Sembra che Mike Tyson tiri fuori il peggio da ognuno di noi».
  10. La Hall inserisce anche dei riferimenti a veri individui tatuati: la tatuatrice Mildred Hull, vissuta a Bowery nell’anteguerra, appare nei panni di Minnie Hendry, e la copertina dell’edizione inglese (molto più fedele al romanzo rispetto a quella americana) sfoggia un’adorabile fotografia di Edith Burchett, moglie (e capolavoro) del prolifico tatuatore inglese di fine secolo, George Burchett, che tatuò i re di Spagna, Inghilterra e Danimarca.
  11. Rispecchia anche un trend nel mondo del tatuaggio, quello tipografico, in parte perché l’uso dei computer ha ampliato le conoscenze tecniche della persona media, in parte perché i tatuatori sempre più spesso vengono dal mondo del graphic design o possiedono nozioni relative a quell’ambito. In molti si fanno tatuare parole e perfino frasi sul corpo prestando particolare attenzione alla scelta del font. Angelina Jolie, per dirne una, sfoggia sotto l’ombelico la frase «Ciò che mi nutre mi distrugge», in latino, che accompagna un ritratto di Christopher Marlowe del 1585. Uno studio di tatuaggi, il Takase Studios di Shelton, Washington, è specializzato in calligrafia giapponese personalizzata, e garantisce una «corretta traduzione» al servizio dell’espressione di sé. E, secondo una ricerca condotta da seicento ricercatori di tredici paesi per la Millward Brown, un’azienda di studi di mercato, il 18,9 per cento degli intervistati ha dichiarato di essere disposto a tatuarsi un logo di qualche brand. Harley, Disney, Coca Cola e, pensate un po’, Google, sono in cima alla lista.

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Margot Mifflin è professoressa di inglese al Lehman College della City University di New York e autrice di una biografia di Olive Oatman. Il suo libro Corpi sovversivi. Donne e tatuaggio, una storia segreta è uscito in Italia per Ultra/Lit Edizioni nel 2014.

Titolo originale: A Blank Human Canvas, © Margot Mifflin, 2006, all rights reserved
Fotografia © Mariateresa Pazienza
I passi de La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne citati in questo saggio sono tratti dall’edizione Sansoni del 1988 (traduzione di Marcella Bonsanti).