IN CUI SI PARLA DI: un edificio che puzza di fritto, Hells Angels, una storia americana, bugiardi prezzolati, Britney Spears, assumere madri single, spacciatori di crack, penuria di caffè a Manhattan, un impero, una fortuna in hot dog, la principessa Diana, l’infinito.

Frank Ahearn può aiutarvi a scomparire

Questo pezzo è apparso originariamente su The Believer, numero 87, febbraio 2012

Nel Garment District di Manhattan i gas di scarico dei camion e il fumo delle sigarette dei corrieri confondono i contorni di ogni cosa. I riflessi della strada sulle vetrine dei negozi si mescolano al luccichio dei lustrini, ai colori delle piume e degli abiti dall’altra parte del vetro. Qui ci si può nascondere. Qui si può essere chiunque.

Un ingresso sudicio, impregnato di puzza di fritto, è condiviso tra un rivenditore di stoffa all’ingrosso e, al piano di sopra, un alveare di locali che ospita un costumista per drag queen, un’agenzia di modelle, una compagnia di marketing e Frank Ahearn, un quarantanovenne che di professione aiuta la gente a scomparire. Ahern ricorda un Hells Angel: ha grandi tatuaggi sbiaditi sugli avambracci e i capelli grigi raccolti in una coda di cavallo. Ha la parola «Freedom» tatuata sulla schiena e, senza bisogno di farsi pregare, si toglie la maglietta durante le interviste in TV. Di persona è molto più rilassato (per sei mesi ha respinto le mie richieste di intervista perché pensava che fossi un ufficiale giudiziario) e gentile di quanto non induca a pensare la fotografia riportata sul suo libro, How to Disappear, dove appare illuminato di profilo come un’ingrigita versione di Marlon Brando. Il libro in questione è un must per chi desideri «svanire senza lasciare traccia», e fra le sue pagine Ahern si autodefinisce «il più grande esperto del mondo» in materia. Nonostante il carattere illeggibile e l’utilizzo estensivo della parola «cazzo», l’opera è una guida esaustiva all’arte della sparizione nel XXI secolo, e online vende più di 150 copie la settimana. A quanto pare, sparire è obiettivo di molti.

Ahearn è un grande oratore, ma ha una voce acuta che non ci si aspetterebbe da uno della sua stazza. È un esteta dell’arte di spararla grossa. E non voglio dire che menta, ma che è bravo a sedurre, a convincere il prossimo, chiunque esso sia. Ti si arruffiana raccontando migliaia di aneddoti – da quelli legati all’infanzia nei quartieri peggiori della città a quando lavorava da una cabina telefonica – e inserendo il tuo nome in uno dei tanti ipotetici scenari che costruisce per illustrarti il suo misterioso mestiere. Parla con un lieve accento del Bronx e inizia molte frasi dicendo È assurdo, cazzo, perché… Usa le parolacce per creare frasi simili a massime Zen – «Certe volte la vita del cazzo è una cazzo di merda» – e anche se non crede negli stereotipi politici – «Il governo fa cagare, punto. Sono tutti un branco di bugiardi figli di puttana» – la sua è la classica storia americana elevata a mito, una storia di redenzione personale. Ahearn è il classico uomo che si è fatto da solo. Anche se spara un po’ di cazzate.

Ha raffinato la sua arte lavorando per quindici anni come «cacciatore di uomini» o, come dice lui, bugiardo prezzolato. Il cacciatore di uomini è colui che rintraccia le persone e ne scova le informazioni più private. Ciò che lo distingue da un investigatore privato è che quest’ultimo deve essere in possesso di una licenza valida. E quando non riesce a trovare qualcuno con mezzi legittimi, appalta il lavoro a uno come Frank. Nel corso della sua carriera Ahearn ha rintracciato padri fannulloni e testimoni chiamati a comparire in tribunale, e ha ficcato il naso nei conti bancari di finanzieri sospettati di appropriazione indebita. Ha collaborato con svariati tabloid che gli chiedevano di scovare delle celebrità. Uno di questi nel 1998 lo spedì sulle tracce di una certa Monica Lewinsky, all’epoca ancora sconosciuta. «Non avevo idea di chi fosse» dice Ahearn. La chiamò a casa spacciandosi per un corriere della UPS che aveva un pacco danneggiato da consegnarle, dicendo che non poteva riportarlo indietro senza prima verificare l’indirizzo. La domestica gli chiese di lasciarlo sulla soglia. «Il mio cliente mi disse di guardare il notiziario quella sera, e allora ho capito subito chi era quella donna». A volte, per scherzo, deviava le chiamate degli amici sui cellulari dei VIP, e quei poveretti, ignari di tutto, si ritrovavano a parlare con Britney Spears, o Nick Nolte.

Ahearn ha messo le mani su registri telefonici e bancari, su fedine penali e informazioni top secret dell’FBI e di Scotland Yard. «Tutto quello di cui un cacciatore di uomini ha bisogno è un telefono e un po’ di fascino» dice. È in grado di accedere a qualsiasi documento spacciandosi per qualcun altro, tramite una tecnica che lui chiama «pretesto». Se un cliente vuole l’elenco delle chiamate effettuate da un marito o da una moglie infedele, ad esempio, Ahearn si limita a chiamare la compagnia telefonica spacciandosi per la sua vittima e dicendo: «Ehilà. Sono Tal dei Tali e vorrei capire se il mio piano tariffario è il più adatto ai miei bisogni».

Quando la sua carriera andava a gonfie vele, negli anni Novanta, Ahearn viveva in un ricco sobborgo del New Jersey insieme alla moglie, e dava lavoro a quindici persone che lo aiutavano a raccogliere informazioni. A quanto dice, le madri single erano le impiegate migliori, perché avevano orari flessibili ed erano inclini a fare gli straordinari per arrotondare. Racimolavano senza problemi 1.500 dollari la settimana solo raccontando qualche balla al telefono. «Ci divertivamo da matti. Eravamo tutti fuori di testa» ricorda. I suoi ex impiegati lo ricordano come un capo generoso che offriva spesso il pranzo e portava in ufficio una torta per il compleanno di ognuno. All’epoca riuscirono a mettere le mani sui registri e i documenti privati di Conrad Black, un tizio da un milione di dollari che venne poi arrestato per frode, e Ahearn ancora gongola al pensiero di essere stato lui a contribuire alla sua rovina. «Anche perché il titolo di studio più importante che avevamo, fra tutti, era il diploma di scuola superiore» (uno dei suoi impiegati andava ancora al liceo).

Eileen Horan si imbatté per caso in quel mestiere, e quindi in Ahearn, rispondendo a un annuncio pubblicato sul giornale in cui si cercava un contabile. Cercasi aiuto. Imprescindibile il senso dell’umorismo. «Non sapevo cosa facessero in quell’ufficio, solo che mentivano tutti». Nel giro di un anno anche la Horan divenne una maga dei «pretesti», nonché socia, coautrice, fidanzata ed ex fidanzata di Ahearn. «Avevamo ciascuno un nome e una frase tipica, e ogni volta che alzavamo il ricevitore diventavamo un’altra persona. Potrei anche superare un test della macchina della verità sotto falsa identità». D’altronde ha imparato dal migliore. «Frank è il re dell’inganno» rivela.

L’inganno l’aveva affascinato sin da ragazzino. Frank senior gestiva alcuni club di gioco d’azzardo nel Bronx e Frank Jr. rimase colpito dal potere della bugia. «Avrò avuto sei, sette anni, e una delle mie sorelle aveva fatto la Prima Comunione o roba del genere, e mio padre ci portò tutti fuori a mangiare cinese. Insieme alla cena ci portarono una forchettina da aragosta e mio padre disse al cameriere: “Siamo turisti, potrei tenere la forchetta?” Vivevamo a due isolati da lì! Ma il tizio rispose: “Va bene, nessun problema”. MI è rimasto impresso. Ho pensato, “Wow, se menti puoi ottenere tutto quello che vuoi”».

Ahearn crebbe negli anni Settanta sulla punta dell’isola di Manhattan, a Inwood, un quartiere che all’epoca era particolarmente afflitto dalla piaga della droga. Di conseguenza imparò per strada a cavarsela con l’inganno. A quattordici anni cominciò a spacciare crack, rubare ricette dagli uffici dei medici, falsificare prescrizioni di Valium che si faceva dare in farmacia quando il medico di turno era in pausa pranzo. Questo, tuttavia, finì per provocargli una grave dipendenza da farmaci, che lo afflisse per tutta l’adolescenza. Suo fratello minore, James, ricorda: «Frankie da ragazzo era un po’ folle. Non per niente lo chiamavano “Cavallo Pazzo”». Cavallo Pazzo andò in overdose a sedici anni ed entrò in riabilitazione a diciassette. Prima di diventare noto per le sue imprese autodistruttive, però, Ahearn si era guadagnato un altro soprannome. «I suoi compagni di scuola lo chiamavano “Speedy”» ricorda con affetto sua madre Ann. «Frankie era un corridore eccellente». Oltre ad avere un fisico atletico, Frank era anche un ragazzo sensibile. Una domenica si commosse sentendo il prete della parrocchia raccontare la storia di una madre e suo figlio scappati dalla Germania Est. La settimana successiva portò tutti i suoi giocattoli in chiesa perché venissero donati al bambino. Ann, irlandese-americana di prima generazione, conobbe il padre di Frank al matrimonio del fratello di lui, Johnny, tenutosi il giorno di San Patrizio. «Dopo andammo tutti al ristorante e Frank mi tolse le forcine dai capelli senza che me ne accorgessi. Di lì a una settimana me le restituì dicendo che le avevo perdute» racconta Ann. L’inganno era una prerogativa di famiglia.

Ahearn ha ereditato quello che chiama «spirito imprenditoriale» dalla madre. La donna gestiva diverse attività – un negozio di caramelle, una società che si occupava dei pagamenti delle assicurazioni sanitarie e un’impresa di pulizie. Aveva sotto di sé altre madri, cui dava lavoro come domestiche, e garantiva orari flessibili e fine settimana liberi, una pratica che Frank più tardi fece sua. Esperto affarista, era in grado di individuare una lacuna in un sistema e porvi rimedio. Quando, ad esempio, in città ci fu una penuria di caffè, rubò chili di caffè solubile Folgers al negozio in cui lavorava part-time dopo la scuola e li rivendette nelle botteghe a prezzo maggiorato. «Cercavo sempre nuovi modi per fare soldi» ricorda. «Non mi piaceva limitarmi al lavoro salariato». Quando il proprietario del negozio lo sorprese a rubare («Non vi consiglio di taccheggiare strafatti di Valium», ammette), Frank gli diede un pugno in faccia e fuggì.

Al liceo, prima la All Hallows High School nel South Bronx e poi la John F. Kennedy High School, dopo due mesi cominciò a infilare un’assenza dietro l’altra. I suoi genitori non riuscivano a stargli dietro. «Che cosa fai con uno che non ha paura di essere sgridato e punito? Dopo un po’ si rassegnarono a vedermi sfuggire al loro controllo» dice Ahearn. Lasciò la scuola e iniziò a lavorare come corriere, e riprese a spacciare e drogarsi. Una volta dimesso dal centro di riabilitazione di Daytop Village, nel nord dello stato di New York, lavorò per un breve periodo in un negozio di scarpe. Fu licenziato quando l’attività chiuse i battenti e con il suo primo sussidio di disoccupazione acquistò una macchina da scrivere. Il lavoro che gli cambiò la vita, tuttavia, fu quello di guardia di sicurezza nei supermercati, in cui sotto copertura doveva tenere d’occhio i taccheggiatori. La Investicorp, la ditta che lo aveva assunto, aveva alle proprie dipendenze anche un cacciatore di uomini. Ahearn voleva il suo posto, ma il suo capo glielo negò. «Gli dissi: “Come la mettiamo se riesco a procurarmi il registro delle sue telefonate?”. E lui: “Se ci riesci allora lo licenzio”. Così sono andato a una cabina telefonica, ho chiamato la AT&T e ho detto di essere il mio capo. Ho detto di voler cambiare piano tariffario e di avere bisogno della lista delle mie chiamate perché stavo compilando il registro delle spese». Poco dopo si ripresentò nell’ufficio del capo con il registro delle chiamate. Aveva ventidue anni.

Il mestiere di cacciatore di uomini si rivelò gratificante sin da subito. Gli dava una scarica di adrenalina e gli permetteva di guadagnare più di quanto avesse mai potuto immaginare. Assumere una nuova identità a ogni telefonata gli dava modo di prendere le distanze da se stesso, sparire per qualche minuto. E mentire non lo disturbava affatto. «Se sulla mia scrivania arrivava il tuo nome, probabilmente avevi fatto qualcosa di sbagliato» riflette. Tuttavia la facilità con cui riusciva a ingannare la gente. «Dentro di me mi dicevo, “Perché sono così bravo in questa cosa? Perché mi riesce così naturale? Perché so fare questo e non, che so, dipingere?”»

Avviò, dieci anni or sono, un’attività come «consulente della privacy» non tanto per scelta quanto per caso. Dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, tuttavia, l’attività andò in pezzi, così come la sua vita. Il governo gli presentò il conto delle tasse non pagate, la moglie gli chiese il divorzio e si rese conto di dover smettere di bere. Dopo la separazione cominciò a dormire su un divano in ufficio e a tenere tutti i suoi vestiti nel portabagagli dell’auto, svegliandosi alle prime luci dell’alba per avere il tempo di farsi una doccia nel bagno, asciugare la tendina dalle gocce d’acqua e uscire di soppiatto. «Vagavo per un po’ e rientravo al lavoro alle nove e mezzo con un caffè. Nessuno capì mai nulla». Pagava i suoi impiegati con il denaro ricavato dalla vendita della casa dopo il divorzio. Il giorno in cui dovette chiudere definitivamente, caricò tutti i suoi averi in macchina, perché non poteva permettersi di noleggiare un furgone per il trasloco. «Lanciai un ultimo sguardo agli uffici vuoti, un mare di scrivanie deserte, e pensai, “Ecco il mio impero”». Scrolla le spalle con aria rassegnata.

Ormai sobrio (e senza l’aiuto degli Alcolisti Anonimi – un giorno decise semplicemente di smettere e non toccò più un goccio d’alcol), tentò di proseguire nella sua attività dedicandosi solo a privati. Mise un annuncio sul sito EscapeArtist.com, un forum per gli expat, ma l’amministratore lo contattò per dirgli che la gente che lo utilizzava voleva esattamente l’opposto di ciò che lui si prefiggeva di fare – non voleva essere trovata – e gli chiese invece di scrivere un articolo sull’argomento. Da quel «tremendo e sconclusionato» articolo in cui svelava gli errori compiuti dai maestri della sparizione, cominciò a ricevere e-mail e chiamate da gente di tutto il mondo, persone ansiose di usufruire dei suoi servigi. A quel punto invertì il proprio modello aziendale e cominciò a sfruttare le conoscenze che aveva nel campo per aiutare chi aveva bisogno di voltare pagina. Sapeva come trovare le persone, e sapeva anche come aiutarle a svanire, fisicamente e virtualmente.

Quando una persona decide di scomparire i rischi sono alti. Ahearn divide in due categorie le motivazioni dei suoi clienti: denaro e violenza. Gli uomini di solito hanno problemi di soldi (hanno messo le mani su una bella somma oppure hanno perso tutto), mentre le donne sono vittime di una qualche forma di violenza – «stalkeraggio o mariti che allungano le mani» spiega Ahearn. «Gran parte degli uomini viene da me sognando il classico paradiso tropicale» spiega riferendosi a quelli che fuggono per nascondersi in Belize o a Panama, per liberarsi dalla «ex moglie che gli risucchia la vita» o dalle tasse. Ahearn non li aiuta mai aprendo conti offshore, li tratta come «entità virtuali», fondando aziende anonime e incanalando fondi per sopperire a tutte le spese. Servendosi di queste aziende, oltre che di una serie di mezzi non rintracciabili – cellulari e carte di credito prepagati – i clienti di Ahearn possono scomparire senza dover assumere false identità. «Questo creerebbe dei problemi. Appena si apre un conto bancario con un’identità fasulla si viola un gran numero di leggi federali» dice. «E poi vai a sapere di chi è l’identità che si acquisisce? Se fosse un pedofilo?» In effetti.

Dal 2001 al 2010 Ahearn ha aiutato circa cinquanta persone a scomparire, facendosi pagare fino a trentamila dollari. Più della metà dei suoi clienti erano uomini, cui ha fatto pagare la tariffa piena per fare lo sconto alle donne, quasi tutte in fuga dagli stalker. Se la donna che lo contattava era in una situazione disperata, Frank non le faceva pagare niente.

Ma come fa una persona senza il becco di un quattrino a fuggire e mettersi al sicuro? «Meno denaro hai, più è facile farti scomparire. Nel caso di una cameriera con il conto in rosso e senza casa, mi basta radunare tutte le informazioni sul suo conto e capire come cancellarle. Semplice come bere un bicchier d’acqua». Il primo passo è sempre la «disinformazione», che significa distruggere ogni dato disponibile: chiudere conti in banca e telefonici è la priorità, per poi passare all’eliminazione del nome del cliente dai database online. A quel punto si crea la «disinformazione», ossia false piste per scoraggiare eventuali interessati. Quindi, se la cameriera in questione vuole sparire a febbraio nascondendosi in Kansas, ad esempio, Ahearn inizia a far comparire informazioni su di lei a Chicago a gennaio. La fa attaccare al telefono per chiamare agenti immobiliari, negozi e ristoranti per chiedere un lavoro. «Se sono uno stalker e assumo un cacciatore di uomini, la prima cosa che faccio è cercare i registri telefonici. Chiunque ti cerchi si imbatterà in queste informazioni». Se la cameriera ha denaro a sufficienza, la spedisce a Chicago per qualche giorno a vedere alcune case in vendita o in affitto. In questo modo, se il cacciatore di uomini controlla gli spostamenti della donna, si imbatterà nell’appuntamento con l’agente immobiliare.

Una volta diffuso un numero sufficiente di false informazioni e sistemate le pratiche nella località di destinazione, Ahearn chiama la cliente per avvertirla che è ora di andare. Scomparire, a queste condizioni, implica lasciarsi quasi tutto alle spalle. «Se vivi con il tizio che ti picchia, fai una valigia del cazzo e togliti dai piedi. Non puoi assumere una ditta di traslochi». Per sfuggire a uno stalker si può anche assumere un investigatore privato per assicurarsi che il tizio resti fuori dai piedi al momento della partenza. E, ovviamente, per arrivare in Kansas occorre frammentare il tragitto, ossia comprare il biglietto aereo per Chicago con la carta di credito e quello per il Kansas in contanti.

A questo punto inizia la nuova vita lontano dai riflettori. Quando la donna si trasferisce in Kansas, inizia a pagare l’affitto e le bollette tramite una società a responsabilità limitata, quindi in maniera anonima. Ma come guadagnarsi da vivere? «Non puoi farti assumere regolarmente né fare il libero professionista come l’avvocato o l’infermiera» spiega Frank. «Ma puoi lavorare a nero, come cameriera, grafica freelance o domestica, e farti pagare in contanti. È una cosa che consiglio a tutti» aggiunge con un sorriso furbo. «Non farsi pagare in contanti sarebbe antiamericano». Un avvocato del Massachusetts ha assunto Ahearn perché la aiutasse a scappare dall’ex fidanzato violento che la tormentava. Dato che una volta scomparsa non poté più lavorare nella legge («Sarebbe dovuta entrare nell’ordine del nuovo Stato, e al tizio che la cercava sarebbe bastato fare una cinquantina telefonate. Gli Stati americani sono cinquanta, giusto?»), divenne consulente legale nel New Hampshire, pagando le tasse come azienda privata.

È inverosimile che una donna che si sente in pericolo scelga di scappare in uno Stato adiacente al suo. Eppure molti clienti di Frank si stabiliscono a poche ore di macchina di distanza. I più rimangono vicino perché non possono permettersi di allontanarsi troppo, ma alcuni, come spiega Frank, «preferiscono trasferirsi a due ore da casa che attraversare il paese, perché così si nascondono in bella vista». Per aiutarli a restare in contatto con le persone care, Ahearn ha progettato un codice negli annunci di Craigslist. «Se la mamma vuole parlarti, non deve fare altro che cercare su Craigslist una “Cadillac Seville del 1974 con la carrozzeria bianca” e invertire le ultime due cifre del numero di telefono indicato nell’annuncio. La chiamata ti arriva sul cellulare prepagato». Alcuni dei suoi clienti condividono un account email con i loro parenti. Tutti dispongono della password, e i messaggi non vengono inviati ma salvati in bozza, così da non lasciare alcuna traccia elettronica. Altri clienti fanno lo stesso tramite blog privati. «So il fatto mio, eh?» dice Frank sorridendo.

Uno dei clienti preferiti di Ahern è stato un uomo di nome Louie, un anziano signore che aveva accumulato una piccola fortuna vendendo hot dog e cibo di strada. «Imprecava e fumava sigari, e il figlio avvocato era un coglione che voleva fottergli i soldi» ricorda Ahearn. La moglie era morta di recente e lui aveva iniziato a comportarsi da scapolo d’oro, comprando auto sportive e uscendo con donne molto più giovani. Il figlio pensava che si stesse comportando da irresponsabile, così aveva avviato le pratiche per diventare suo garante. «Voleva togliersi il figlio dalle scatole e sapeva che il modo migliore per farlo era sparire. Ai Caraibi. Godersi la sua fortuna e una bella Corona ghiacciata in riva al mare» scrive Ahearn in How to Disappear. Louie aveva letto un articolo su Frank e l’aveva fatto contattare dal suo avvocato. «L’avvocato mi disse: “Non gli serve che lo aiuti ad arrivare dal punto A al punto B. Vuole solo assicurarsi che nessuno lo trovi una volta raggiunta la sua destinazione. E che, quando inevitabilmente il figlio si metterà sulle sue tracce, incontri solo dei Vaffanculo”». Perciò Frank si recò in città per creare la disinformazione da dare in pasto all’investigatore privato del figlio di Louie. Pagò una escort d’alto borgo («Non volevo una zoccoletta da due soldi!») e la mise vivere in un appartamento di lusso a nome di Louie. Il detective piantonò l’edificio e, dopo diversi giorni trascorsi senza mai vedere Louie, approcciò la escort, che gli consegnò una busta contenente un numero di telefono. Fu il figlio di Louie a chiamare, ma la telefonata venne deviata sulla sua segreteria di casa, un servizio che Frank aveva richiesto alla compagnia telefonica spacciandosi per lui.

Pur conoscendo i dettagli più intimi della vita dei suoi clienti, Frank non rimane mai in contatto con nessuno di loro. «Quando fai sparire una persona, non si torna indietro» dice con una punta di tristezza. «Giochi un po’ con i suoi dati e puff, non c’è più. Non sai se è al sicuro, se è stata investita da un autobus o pugnalata alla schiena».

Il fascino della scomparsa, della possibilità di valicare i limiti imposti dalla condizione di esseri mortali, è profondamente radicata dentro ognuno di noi. È un tema che emerge di frequente in letteratura, come in un racconto del 1835di Nathaniel Hawthorne, Wakefield, che parla di un uomo che dopo un viaggio d’affari non fa ritorno nella sua casa di Londra, bensì decide di prendersi un appartamento dietro l’angolo e osservare come procede la vita senza di lui. Di personaggi che fingono la propria morte sono pieni i libri e le misure cui ricorrono sono spesso estreme. Huck Finn, ad esempio, sparge sangue di maiale in un rifugio e copre un’ascia con alcune ciocche dei suoi capelli, orchestrando una truffa («adesso sistemo tutto in modo che nessuno penserà a seguirmi») per partire all’avventura, finalmente libero dagli adulti che lo picchiano o, peggio, che vogliono «civilizzarlo». In nome dell’amore Giulietta beve un veleno per fare in modo che le sue membra risultino «irrigidite, gelide, indurite» e prendano «l’aspetto della morte». Nei romanzi di John Grisham e Tom Clancy i personaggi scompaiono regolarmente o simulano la propria morte, come i loro predecessori dei romanzi noir. Diventando invisibile un personaggio si pone al contempo come eroe e antagonista.

La cultura popolare è pervasa a ogni livello dal tema della scomparsa, il pubblico brama leggere queste storie: nel suo nuovo romanzo, La storia mai raccontata, Monica Ali ipotizza che la principessa Diana abbia simulato la propria morte; uno dei contenuti che vanno per la maggiore su Netflix è un documentario autoprodotto dal titolo Alive! Is Michael Jackson Really Dead?; da qualche anno va in onda su Discovery Channel una nuova serie chiamata I Faked My Own Death; Don Draper simula la propria morte in Mad Men durante la guerra di Corea, e poi c’è il personaggio di Walter White della serie TV Breaking Bad, che prende in considerazione l’idea di assumere un professionista per far sparire la propria famiglia e dargli una nuova vita.

Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario della famigerata impresa di D.B. Cooper, che si buttò da un aereo nel Pacifico, con un paracadute e duecentomila dollari legati sulla schiena. Nessuno ha più sentito parlare di lui. Il suo caso continua ad affascinare il mondo: all’FBI ricevono ancora telefonate e informazioni circa l’identità di Cooper, la cui impresa ha ispirato un film, un romanzo, dei saggi e innumerevoli articoli. Da criminale è diventato un eroe popolare. Il boss della malavita di Boston, James «Whitey» Bulger, accusato di diciannove omicidi, è stato arrestato l’anno scorso dopo essere sfuggito a una caccia all’uomo durata sedici anni. Nel corso della sua vita Bulger ha utilizzato un’ampia varietà di nomi e identità fittizie, e dietro una parete della sua casa di Santa Monica sono stati rinvenuti oltre un milione di dollari in contanti e un vero arsenale. Eppure, per anni non ha fatto altro che nascondersi in bella vista.

Perché con l’andare del tempo l’idea di scomparire sta acquisendo un fascino sempre maggiore? La situazione economica del Paese è sufficiente a far venire strane idee a tanta gente, e quelli che un tempo gli americani consideravano dei traguardi – una casa di proprietà, la pensione, un buon lavoro che permetta di condurre una vita dignitosa – si stanno lentamente sgretolando. Il laureato medio esce dall’università gravato da una media di ventiquattromila dollari di debiti; chi compra una casa deve alle banche una decina di migliaia di dollari, e la disoccupazione è intorno al nove per cento. Quella di scomparire è una fantasia più che giustificabile.

Potrebbe rappresentare inoltre una reazione all’ipervisibilità che viviamo. Ogni giorno proiettiamo piccole parti di noi nei nostri post, nei blog e nei tweet. Per dimostrare di esistere nella vita reale bisogna esserci su Internet. Le nostre vite passano per schermi e cavi. Siamo intelligenti quanto i commenti che postiamo, sexy quanto le foto che tagghiamo. Questa situazione ci pesa, ma allo stesso tempo ci allontana dai rapporti faccia a faccia. Uno studio condotto nel 2010 dalla University of South Carolina dimostra che il senso di solitudine di una persona aumenta in maniera proporzionale alle ore che suddetta persona trascorse su Internet, un risultato che non fa che confermare quanto riscontrato in un esperimento riportato su American Psychologist nel 1998: la dipendenza dal digitale conduce alla depressione, alla solitudine e alla perdita di contatto con la realtà. L’idea di scomparire risulta allettante a chi di noi tiene ancora all’autenticità e alle «vere» avventure.

«Sparire ti rende infinito» dice Ahearn. «Se scompari, la gente parlerà di te per sempre».

Ma è ancora possibile sparire oggi? Ahearn afferma che la tecnologia ha reso le cose ancora più semplici. «Vent’anni fa, se avevi in mente di rifarti una vita in Belize, dovevi andare in libreria e comprare un libro che parlasse del Belize. Poi chiamavi un’agenzia turistica di là, ma non prima di aver chiamato il centralino ed esserteli fatti passare (alla modica cifra di quattordici dollari). Solo a quel punto potevi parlare e dire “Salve, vorrei trasferirmi lì”, e loro ti mandavano una brochure. Poi bisognava chiamare le compagnie aeree, cercare i voli per il Belize. Ci volevano settimane. Oggi basta starsene seduti davanti al computer per venti minuti. Affitti un appartamento, compri i biglietti e tanti saluti».

Il problema, però, è che purtroppo è anche molto più semplice farsi beccare. John Darwin, la guardia carceraria inglese che nel 2002 simulò una morte per annegamento, fu rintracciato con la moglie Anne dal vicino di casa che, cercando su Google «John Anne Panama, si era ritrovato davanti una fotografia della coppia sorridente insieme a un agente immobiliare. «Internet è un’arma a doppio taglio» spiega Ahearn. «La questione si riduce a chi è più bravo a usarlo: chi scompare o chi cerca?»

Per questo motivo Ahearn ha deciso di evolversi, riorganizzando il proprio business in base alle nuove esigenze, in modo tale che i clienti possano oscurare informazioni negative che li riguardano presenti sul web. Solitamente veniva contattato, come già detto, per motivi legati al denaro o alla violenza, mentre questo nuovo tipo di clienti ha bisogno di lui per una gamma di problemi molto più ampia. Ahearn ci illustra uno scenario piuttosto comune: «Il problema di questa facilità di circolazione dell’informazione è che influenza negativamente anche l’uomo qualunque. Diciamo che prima che tu nascessi tuo padre, guidando ubriaco, abbia ucciso un bambino nell’Iowa. E ora, all’improvviso, un piccolo giornale di quello Stato decida di mettere tutto online, ed ecco spiattellata ovunque quell’informazione su tuo padre. È assurdo, cazzo, perché l’unico motivo per cui l’hanno fatto era per fare più soldi con le pubblicità». I suoi clienti sono come quel padre, persone che vogliono prendere le distanze dai peccati commessi in passato (chiarisce però che il discorso non vale per i «pedofili o gentaglia del genere!»), o che magari vogliono nascondere solo determinati aspetti della propria identità – ad esempio, un fotografo che gira il mondo come un barbone ma in realtà è multimilionario, o un pubblico ministero che ha mandato in galera un assassino e non vuole che questi venga a conoscenza di dettagli legati a lei o alla sua famiglia.

L’idea di passare dalla sparizione fisica a quella digitale gli è venuta in mente quando è stato ospite del Brian Lerner Show il 16 novembre 2010. In quell’occasione gli fu chiesto di parlare del suo lavoro insieme a un altro ospite in collegamento via Skype da Washington – Michael Fertik, amministratore delegato di Reputation.com. La sua azienda offre una varietà di servizi, tra cui «aiutare il prossimo a stabilire una presenza positiva online» e «aumentare la visibilità in rete e ridurre i contenuti negativi». I due ospiti non avrebbero potuto essere più diversi. Ahearn, occhiali da sole e maglietta nera, parlò della strategia che adottava per far sparire le persone, mentre Fertik salmodiava sul concetto di re-invenzione come ideale americano e definiva Internet «depositario della memoria collettiva». Ahearn ci spiega senza troppi giri di parole: «Raccontava come fanno a modificare la reputazione della gente e usava un sacco di paroloni, e io pensavo, “Ma che cazzo dice ’sto coglione?”. Detesto la gente così, mi manda fuori di testa». Ahearn trovò subito una falla nel metodo di Fertik. «Non si possono cancellare le informazioni online. Se chiedi a un giornale o a un blog di oscurare un contenuto, rischi che la richiesta ti si ritorca contro. Rischi di ritrovartela in prima pagina il giorno dopo. Perciò io mi sono detto, Perché non limitarsi a creare false informazioni?» In un’intervista Fertik ha ribattuto: «Cancellare le informazioni online non è assolutamente ciò che facciamo. Siamo un’azienda multinazionale e abbiamo duecento dipendenti fra matematici, informatici e statistici. Frank non è un professionista. Sembra piuttosto un tizio che potresti incontrare al bar sotto casa».

Ahearn gestisce la reputazione dei suoi clienti creando sostanzialmente falsi soggetti che creano a loro volta falsi siti web, tutto a nome dei suoi clienti. Per esempio, se Noah Schwarz ha partecipato a un film porno amatoriale quando frequentava la University of San Francisco, Ahearn mette online il sito web di altri trenta Noah Schwarz, acquistando tutti i domini, come noahschwarz.net, noahschwarz.uk, noahschwarz.org e così via. Un Noah Schwarz è giocoliere, un altro avvocato, ma uno solo (anche questo fittizio, ma in parte somigliante al vero Noah Schwarz) ha frequentato la University of San Francisco, e soltanto lui parla dei tempi in cui frequentava l’università e aveva scioccamente girato un filmino porno con i suoi amici. Questo Noah Schwarz quasi vero, però, vive ad Austin, mentre quello vero vive a New York. Quello quasi vero fa l’assicuratore, mentre quello vero è un professore. È più verosimile, quindi, che il crimine di gioventù venga attribuito al Noah Schwarz quasi vero. «Non puoi liberarti delle informazioni che ti riguardano,» dice Ahearn «ma io posso fare in modo che sia qualcun altro a prendersi tutta la gloria o la colpa di quello che hai fatto, o intorbidire le acque quel tanto che basta perché risulti inverosimile che sia stato tu a fare quello che hai fatto».

Sulla carta sembra un metodo efficace, ma alcuni hanno avuto qualcosa da ridire. Un ricco commerciante di cavalli, ad esempio, è stato diffamato sul New York Times da un ex socio, e si è rivolto ad Ahearn. «Voleva che cancellassi l’intervista, che ingannassi il New York Times. Io gli ho detto, “Fidati, bello, non puoi sbarazzarti di quell’articolo”». Perché se è sul sito web del Times, di certo è anche su altri siti che diffondono notizie, e tentare di individuare l’articolo in tutte le sue riproposizioni equivarrebbe a ridurre un pezzo di carta in tanti coriandoli, gettarli al vento e tentare di recuperarli tutti. Ahearn mi spiega rapidamente come ha gestito la situazione. «Ho creato a nome del cliente dieci siti fasulli mettendoci le cose più stupide del mondo». Quando digitavi il suo nome su Google comparivano soltanto cavalli e affini – clown a cavallo, cowboy a cavallo – ma nulla che riconducesse inequivocabilmente al commerciante di cavalli. Nonostante Ahearn sia riuscito a insabbiare l’articolo negativo, tuttavia, il suo cliente non è rimasto per nulla contento. «Si è addirittura incazzato. Si sentiva insultato». Alla fine Ahearn è riuscito a placarlo, ma dice di avermi raccontato questo aneddoto per illustrare un problema comune: «Un ostacolo che spesso incontro è la vanità. Quel cliente non voleva vedersi collegato a delle stupidaggini». Gli chiedo se gli sia mai capitato che un cliente abbia messo in dubbio la veridicità dei risultati ottenuti su Google, se gli fosse mai sembrato sospetto che, digitando il nome di una personalità in vista, venissero fuori solo cose come giocolieri e clown. «Sì, i clienti si preoccupano che qualcuno pensi, “Che stronzata”» dice Ahearn. «Ma, rifletti, quand’è stata l’ultima volta che hai pensato: “Google dice stronzate”?»

La necessità di gestire informazioni personali evidenzia la natura molteplice della nostra esistenza di oggi. Scomparire fisicamente non equivale più a scomparire completamente, e oscurare le informazioni digitali potrebbe non essere sufficiente a nascondere la verità. Per dirla con le parole di Ahearn, «Non occorre più nemmeno scomparire. Si può creare l’illusione di essere scomparsi». I nostri sé sono fluidi, passiamo senza difficoltà dall’ambito fisico a quello digitale. Il bisogno di armonizzare il nostro io fisico con quello digitale implica inevitabilmente qualche inganno – se si considera inganno omettere qualche informazione. Quando pur vivendo una vita si possono cambiare età e sesso online, l’inganno può essere anche chiamato «avatar», «incontro online» o «profilo Facebook». «La tecnologia ci consente di essere chi vogliamo» dice Ahearn. «E non sempre significa noi stessi». Paradossalmente forse proprio l’inganno può essere usato per reclamare l’essenza della verità – o qualsiasi cosa venga considerata tale.

Domando a Frank se abbia mai preso in considerazione l’idea di sparire. «Parecchie volte» mi risponde. «Sono stato arrestato, ricoverato per overdose, sono fallito, andato in bancarotta, separato dalla moglie, denunciato due volte dall’ufficio imposte e ho anche perso la casa. Ho toccato il fondo e sono risalito». Invece di deprimersi, si è rifugiato nei libri. Dostoevskij e Bukowski sono i suoi scrittori preferiti. «Mi piacciono quelli che scelgono da soli che strada prendere, quelli che dicono “Fanculo”. Quelli che parlano senza peli sulla lingua e lo fanno con stile. Prendi Oscar Wilde. Ne ha dette di tutti i colori sulla sua società, e l’ha fatto con umorismo». Nonostante abbia lasciato formalmente le scuole in prima liceo, Ahearn ama mettersi alla prova con autori come Zola e opere del calibro di Schiavo d’amore. Per sé vede un futuro da scrittore, perché, dice: «Ho passato la vita a mentire e ingannare il prossimo. Adesso voglio fare qualcosa di normale». Ha scritto How to Disappear e sta lavorando al suo secondo libro, How to Deceive. Sta inoltre completando un romanzo per adolescenti dal titolo Skeleton Key e un episodio pilota per una serie TV, i cui protagonisti, dice, sono cinque truffatori «tutti ispirati a me». Con grande disciplina, Frank scrive le sue duemila parole ogni giorno dopo aver bevuto un caffè e aver portato fuori Reggae, il suo maltese bianco. La macchina da scrivere acquistata con il primo assegno di disoccupazione si è rivelata un investimento fruttuoso.

Ahearn dice di essere felice delle scelte che ha fatto, e del modo in cui ha saputo reinventare il proprio business. Possiede, a quanto pare, una specie di sesto senso che lo aiuta a capire fino a che punto può spingersi con i suoi imbrogli senza farsi beccare. «In questo campo me la cavo perché non sono avido». Non spende denaro in oggetti vistosi o pacchiani, ma sta risparmiando per acquistare un appartamento a Parigi, dove si trasferirà una volta attuato il suo «piano d’uscita», come lo chiama. Oggi la sua vita è piuttosto monotona. Scrive, ordina cibo da asporto insieme alla fidanzata nella sua casa su West End Avenue, e trascorre i fine settimana dalla madre insieme a Reggae. «Mi manca la gratificazione immediata che avevo prima. Adoravo fare il cacciatore di uomini perché trovare qualcuno ti dà una scarica di adrenalina. Non c’è gratificazione a far scomparire qualcuno fisicamente o digitalmente. La scrittura, la sceneggiatura, tutta questa roba qui… non offre gratificazione immediata. Non tradisco neanche più!» E gli manca anche il bere.

Ahearn ha trascorso quasi tutta la vita a estinguere gli incendi più disparati – debiti, divorzio, dipendenza – lavorando sempre sul confine sottile tra legalità e illegalità, perciò si è abituato a lottare per sopravvivere. Ora che la sua vita è più tranquilla, non si dà pace. È irrequieto. Ma invece di giocare d’azzardo o a golf ha optato per uno stile da asceta. Negli ultimi anni si è privato di ogni piacere e possedimento materiale, così da prepararsi per la grande uscita: «Ho vissuto questa fase in cui ho smesso di masticare la gomma. Poi ho cambiato regime alimentare. Non mangio più schifezze. Ho vissuto un periodo minimalista in cui mi sono sbarazzato di piatti, forchette e bicchieri. Ne ho tenuto solo uno per tipo, in caso avessi avuto compagnia. Ho dato via i miei libri; a nessuno frega un cazzo di Zola, alla fine. Tutta la mia vita è in una borsa». Ma più che prepararsi alla sua scomparsa, forse Ahearn sta solo accettando la lezione che ha imparato in decenni di attività, l’unico aspetto che ha riscontrato ovunque: «Le persone sono solo questo, persone. Tutti desideriamo qualcosa. Ma la vita, sfortunatamente, non ti accontenta mai».

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Elizabeth Greenwood vive a New York e insegna scrittura divulgativa alla Columbia University. È autrice della raccolta di saggi Playing Dead: A Journey Through the World of Death Fraud, di cui questo pezzo è il seme originario.

Titolo originale The Invisibility Artist @ Elizabeth Greenwood, all rights reserved
Fotografia @ Michele Nenna