Intervista a Mary Miller

L’autrice di Happy hour intervistata da Black Coffee

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BC: In Happy hour scrivi di donne, in particolare di quelle del Sud. Contro che cosa devono lottare le donne che vivono lì?

MM: Oggi sono andata a manifestare perché il Mississippi celebra ancora una guerra che abbiamo perso oltre centocinquanta anni fa. Si festeggiava il Confederate Memorial Day – il nostro governatore ha visto bene di regalarci anche il Confederate Heritage Month – e tutti gli uffici statali erano chiusi. Non riusciamo proprio a superarla. La bandiera confederata è ancora parte della bandiera del nostro Stato. La mattina accendo la radio e mi vergogno come una ladra a sentire tutta la merda che dicono questi (bianchi) razzisti, sessisti, omofobi.

È emblematico della situazione che qui le donne si trovano a dover combattere. Le cose stanno cambiando ma siamo ancora molto indietro, continuiamo ad aggrapparci disperatamente a un passato che non c’è più. Non amo nemmeno parlar male del posto in cui vivo, e non è necessariamente colpa della gente. Il punto è che non ne sappiamo un granché di cosa avviene fuori di qui. La gente non conosce un modo di vivere diverso, e teme ciò che non conosce.

Vorrei tanto potervi dire che i tempi sono cambiati, che non è più come prima, ma purtroppo, nella maggioranza dei casi, è esattamente come ve lo immaginate, e questo mi rattrista e mi fa arrabbiare. Perché non me ne sono ancora andata è una domanda che mi pongo tutti i giorni e alla quale non ho ancora trovato una risposta.

BC: Le protagoniste di Happy hour sembrano sempre in fuga da qualcosa, guardano alle loro relazioni come a qualcosa di temporaneo, anche se non lo sono affatto. Perché?

MM: Se conoscessi il segreto per farmi bastare quello che ho nella vita, non farei certo la scrittrice. E starei ancora insieme al bravo ragazzo che ho sposato a ventidue anni.

BC: Leggendo il libro abbiamo avuto la sensazione che tutte queste donne fossero in realtà una sola, magari ritratta in periodi diversi della vita o da angolazioni diverse. Quali erano le tue intenzioni?

MM: Questi racconti sono il frutto del lavoro di otto anni. Nel frattempo ne ho scritti anche altri, dal punto di vista di uomini vecchi, bambini e donne più equilibrate, ma inserirli in questa raccolta non aveva senso.
Le protagoniste di Happy hour non sono la stessa donna. Tuttavia hanno molte cose in comune: vivono tutte nel profondo Sud; per un motivo o per l’altro sono disilluse nei confronti della vita, si aspettavano in un certo senso che sarebbe stato più facile di così. Inoltre non sono disposte ad apportare cambiamenti di nessun tipo, seppur necessari, alla loro esistenza. Non riescono a guardare avanti, a rompere il circolo vizioso degli uomini sbagliati, a tagliare fuori dalla propria vita le presenze negative, a condurre una vita più sana, a trasferirsi altrove.
Detto questo, se il lettore preferisce vederci una sola donna, a me sta benissimo.

BC: I tuoi personaggi si raccontano molte bugie per nobilitare il proprio dolore, per rendere la propria mediocre quotidianità più affascinante persino ai loro stessi occhi. Credi che sia una cosa che facciamo tutti?

MM: Sì, tutti ci raccontiamo delle storie. Mi piace questo, non mi piace quest’altro, sono così, non sono così. Abbiamo bisogno di crearci un’impalcatura, un personaggio, per sentire di avere il controllo sulla nostra vita.
Le persone depresse spesso si costruiscono storie negative. Il realismo depressivo ipotizza che il soggetto depresso abbia una visione più realistica di se stesso e della vita rispetto al soggetto non depresso. E la maggior parte delle donne dei miei racconti soffre, chi più chi meno, di depressione. Il mondo è un luogo su cui non possono esercitare alcun potere. E lo stesso vale per i loro corpi.
Tutto questo per dire: non credo che trovino affascinante la loro mediocrità. Non credo che siano soddisfatte delle scelte che stanno facendo. Solo che non vedono alternative e si arrangiano con ciò che hanno.

BC: Noi di Black Coffee siamo convinti che tu dia il meglio quando descrivi la routine quotidiana delle persone, quei momenti in cui semplicemente si vive. Perché è così importante per te narrare cosa accade quando nulla accade?

MM: Intanto vi ringrazio! Molti mi dicono che i miei racconti funzionerebbero meglio se non indugiassi così tanto sulle minuzie della vita quotidiana. In una recensione a Last days of California, Laurie Muchnick ha scritto: «[Elise] e Jess trascorrono più tempo in bagno di qualsiasi altro protagonista di qualsiasi altro romanzo di cui sia a conoscenza». Questa mi è piaciuta da morire. Poi mi sono chiesta perché, perché ti interessa tanto dire che il tuo protagonista apre il frigo per la terza volta o fa pipì o riflette su quale sia la sua marca preferita di patatine?
Il fatto è che sono curiosa di come la gente passa il suo tempo, le sue giornate. Anche se ho tanto da fare, a me sembra sempre che la giornata sia composta di troppe ore. Ma che fanno gli altri tutto il tempo? Quali sono le loro abitudini? Come ammazzano il tempo fino a che non è di nuovo ora di andare a letto?
Mi sento male quando penso a quante ore ho sprecato guardando brutti film che avevo già visto o a rimuginare su errori commessi in passato. La vita è troppo breve e ne sprechiamo fin troppa in cazzate che non servono a niente invece di fare qualcosa per stare bene, per dare un senso al nostro stare qui.

BC: Le tue frasi sono sempre molto semplici, eppure intrise di significato. Lavori tanto sulla singola frase?

MM: Adoro giocare con le frasi. Il momento più piacevole per me è quando mi sorprendo con una buona frase.
Una mia studentessa mi ha appena inviato l’incipit a un saggio che ha scritto chiedendomi un consiglio: meglio utilizzare un termine corretto, ma che suona male, o uno sbagliato che invece suona bene? Le ho risposto in due righe. Ha capito. Ogni parola conta e ha un peso, soprattutto quando si ha a che fare con la forma breve.