Intolleranza e paura sulle strade di Orange County

Questo pezzo è apparso originariamente su The Believer, ottobre 2010

California del Sud, metà luglio. Io e il mio ex marito eravamo diretti a Huntington Beach perché era lì che la Sportiva, guardia provetta e appassionata di pallacanestro dall’età di sette anni, aveva chiesto di festeggiare il suo diciottesimo compleanno.

(Abbiamo tre figlie che chiamiamo la Studiosa, la Sportiva e la Piccola).

«Odio Huntington» dissi. «È la spiaggia più brutta che esista».

«Nemmeno io muoio dalla voglia di andarci» rispose il mio ex marito. Stavamo seguendo il mio furgone, un Mercury Villager I verde scuro imbottito di adolescenti. Al volante c’era la Studiosa. Al suo fianco la Sportiva. Sui sedili posteriori la Piccola, insieme a Neka, una delle compagne di squadra dell’altra. E al centro c’era Bink, un’altra ex compagna di squadra, e il ragazzo della Sportiva. Noi lo chiamiamo Laurie. Sono quattro anni che la mia casa, popolata di piccole donne (sebbene siano tutte più alte di me), vede susseguirsi aspiranti Laurie di Louisa May Alcott. Questo qui ci si avvicina parecchio. Il nostro Laurie non si fa problemi a sedersi sul divano con tutte e tre le ragazze e le loro amiche a guardare She’s the Man e Fired Up! – Ragazzi pon pon. Il nostro Laurie sa cucinare. Da bravo quarterback, tira la pallina da tennis al cane con precisione e costanza invidiabili. Frase preferita, pronunciata con espressione impassibile: «Che disdetta».

«Ma guarda che traffico» dissi. «È per questo che odio attraversare Orange County».

La I-91: quattro corsie per senso di marcia, spesso e volentieri l’autostrada più congestionata del Paese.

Il e il mio ex marito ci conosciamo dagli anni del liceo, da quando lui giocava a pallacanestro e io ero una ex cheerleader (mia madre mi aveva accidentalmente investito con la sua Ford station wagon del 1966, ponendo così fine a una carriera iniziata da sole due settimane).

Guardo il suo piede sull’acceleratore. Non porta quasi mai i sandali. Solo stivali regolamentari da guardia carceraria. Numero quarantasette. Nella squadra della scuola in cui giocava come ala grande, uno dei suoi soprannomi era Piedi. Il mio, Nano. Lui è alto un metro e novantacinque e pesa centotrenta chili. Io sono un metro e sessanta. Per quarantasette chili.

Siamo divorziati da dodici anni, ma ci vediamo e parliamo quasi ogni giorno. Dove viviamo, ovvero in quell’Inland Empire facile bersaglio di sberleffi, conosciamo un numero infinito di ex coppie come noi. Ce la caviamo, forse perché dopo il divorzio possiamo permetterci il lusso di cambiare casa o forse perché siamo troppo pigri per odiarci con il vigore e la costanza dovuti.

La Studiosa frequenterà la Oberlin e quest’estate ha vinto una borsa di studio da ricercatrice al Cal Tech. Nel giro di qualche settimana la Sportiva inizierà la USC, tutte le spese coperte dall’università. La Piccola si è appena aggiudicata un premio della DAR (Daughters of the American Revolution) per un compito di storia.

Io invece ero a pezzi. Due figlie al college. L’economia della California colava a picco. Presto mi avrebbero tagliato lo stipendio del dieci per cento. Quello di Piedi, guardia di un carcere minorile, del quattordici per cento.

Aveva fatto la notte, e aveva dormito solo due ore dopo aver fatto accomodare in gabbia due adolescenti accusati di omicidio.

Alle due avevamo percorso appena trenta miglia nel traffico che adesso procedeva a singhiozzi. Parlavamo di quanta polizia c’era in giro quell’estate, riflettevamo che tutti i nostri conoscenti se la stavano dando a gambe, che la Studiosa e la Sportiva quell’anno avevano preso le loro prime multe per ragioni ancora non ben definite. «Gli servono i soldi» diceva sempre Piedi. «Lo Stato è in ginocchio. E se la rifà su di noi».

Un’auto della polizia ci superò sulla destra, affiancandosi al furgone. Rallentò per rientrare, alle spalle del furgone, poi accelerò di nuovo accendendo i lampeggianti.

«Ma che…?» dissi.

«La fa accostare» disse il mio ex, rassegnato. «Ma certo. Una macchina piena di ragazzini neri, a Orange County».

Attraverso l’altoparlante l’agente stava intimando alla Studiosa di fermarsi.

«Scendo anch’io» disse il mio ex. «Non gli spilleranno neanche un quattrino. Stavolta no».

Il mio ex marito ha un passato con la polizia. È un omone nero di un metro e novanta, il classico Tizio che Corrisponde alla Descrizione, che qualcuno ha visto con un fucile in mano, che il benzinaio ha notato e ha premuto il bottone dell’allarme senza farsi vedere, che ha «aggredito» il collaboratore di una campagna elettorale, che ha rapinato Susan Smith, l’Uomo Nero che ti inventi, ma che nella realtà scende dall’auto per aiutare una donna a cambiare una gomma e lei per poco non finisce nel fosso tanta è la fretta di scappare.

«Che ci provi a darle fastidio» stava dicendo.

«Se la prenderà con D—» risposi. Il vero nome del nostro Laurie. «Farà scendere D— dall’auto».

Il nostro Laurie era un altro omone nero, alto due metri, con delle treccine curate che gli uscivano da sotto il berretto dei New York Yankees. Portava il quarantasei di scarpe e una maglietta con scritto South Carolina perché aveva appena vinto una borsa di studio offerta dalla Gamecocks. Era tornato il giorno prima dall’allenamento degli All-American a Filadelfia. Aveva la pelle quasi della stessa tonalità di quella del mio ex marito, e per questo prendevamo sempre in giro nostra figlia che sosteneva che mai e poi mai sarebbero diventati una nostra copia.

«Di dove siete?» ci urla un agente mentre un altro punta la canna della pistola contro la testa di Piedi, premendocela fino a che non sembra che gli entri nell’orecchio, sotto la gigantesca chioma afro. Era l’agosto del 1979. Westwood, California.

Di dove siete? Dov’è la patente? Dov’è la sua auto? Questa qui l’ha rubata? Perché siete qui? Perché non siete a Riverside?

Abbiamo guidato per ottanta miglia da Riverside, modesto regno dell’ordinario, con i suoi aranceti e i suoi minimarket, che ruota intorno a un minuscolo centro. Sto per iniziare il secondo anno alla USC. Piedi gioca nella squadra del Monterey Peninsula College e il nostro amico Pinguino è difensore di una squadra di un college di Riverside County. Dopo aver visto le spiagge, vogliono farsi un giro per le strade di Westwood, il paradiso che abbiamo visto solo in televisione.

Piedi indossa un paio di pantaloni cachi, una canottiera nera e un cappello da cowboy color crema. A un certo punto due pattuglie della polizia invadono il marciapiede su cui stiamo camminando, bloccandoci la strada. Quattro agenti ci spingono contro un muro di mattoni.

Ricordo persino l’odore che c’era nell’aria.

Mi rendo immediatamente conto che è lui che vogliono. Le sue spalle sono enormi ali nere schiacciate contro il muro.

Corrisponde alla Descrizione.

Un uomo di colore con un fucile e un cappello da cowboy è stato visto minacciare delle persone alla UCLA, grida uno.

L’agente che mi ha preso da parte esamina la mia patente. Perché da Riverside avete guidato fin qui? Dov’è la sua auto? A chi appartiene questa? Sua madre lo sa che è con due negri?

Pinguino sta tenendo testa agli altri poliziotti, si rifiuta di mostrare loro la patente, e io penso che di lì a un attimo spareranno a Piedi. Nell’orecchio.

Gli dicono qualche altra cosa che non riesco a sentire. Il mio ragazzo lentamente, con cautela, mi si piazza davanti. So che ha paura di beccarsi una pallottola. Torniamo da dove siamo venuti.

Che cosa voleva la polizia da mia figlia? Andava a trentadue miglia all’ora, tra una fermata e l’altra. Metteva sempre la freccia.

«Il fanale posteriore a destra si è spento di nuovo» disse il mio ex marito.

«E la cintura è ancora rotta» dissi io.

Il mio ex marito fece per spostarsi verso il ciglio della strada per capire cosa stava succedendo. Il poliziotto aveva alzato i toni e sentivamo la sua voce riecheggiare fuori dall’auto. «Ignorate il furgone bianco» urlò poi.

«Mettiti dietro di lui!» urlai.

«No, così lo spaventiamo» ribatté il mio ex marito.

Sapevo a cosa stava pensando: se il poliziotto si fosse allarmato, avrebbe fatto fuoco.

Mia figlia iniziò ad accostare e così fece anche la pattuglia. Il mio ex marito accelerò per superarli. Saltando giù dall’auto e fissandoci con gli occhi sgranati, le braccia sollevate in aria, il poliziotto gridò: Ma che diavolo?

Aveva i capelli di un biondo rossiccio, le spalle ampie e gli occhiali da sole.

Fu allora che mi vide e aggrottò le sopracciglia. Bene.

Caso voleva che quell’estate stessi leggendo Viaggio con Charley, il resoconto di un viaggio attraverso l’America compiuto da John Steinbeck a bordo di un furgone, che aveva ironicamente chiamato Ronzinante, in compagnia del suo barboncino francese Charley, che da pulito era «bleu», ovvero nero. Al loro arrivo a New Orleans, un uomo si avvicina e sbirciando nel furgone dice: «Oddio, pensavo che avessi un negro lì dentro. Oddio santissimo, è un cane. Ho visto quel brutto muso nero e ho pensato che fosse il brutto muso di un negro».

Un’altra volta io e Piedi stavamo andando in campeggio dall’altra parte del Paese a bordo di un mezzo diverso, un camper Toyota blu, e ci eravamo fermati a dormire a McClellanville, nel South Carolina. All’alba Piedi si era alzato ed era andato a fare due passi lungo l’Intracoastal waterway. Durante la notte il campeggio si era riempito di cacciatori. Ero sdraiata sul letto e dal finestrino aperto vicino alla mia testa, udii un padre dire al figlio piccolo: «Lo vedi quel negrone? Quel negrone là. Quando diventi grande, te ne compro uno uguale uguale».

Non riferii le esatte parole a Piedi, dissi solo che giravano brutte persone e che avremmo fatto meglio ad andarcene. E ce ne andammo.

A volte lo fermavano perché corrispondeva a una certa descrizione, altre per un controllo di routine. E in quei casi era persino peggio.

Nel corso degli anni avevamo sentito tanti brutti episodi. Un fratello di Signal Hill. Rodney King. I fratelli dell’allenatore di pallacanestro della Studiosa, entrambi. Il migliore amico del mio fratello minore: spararono diciannove volte contro il suo furgone bianco mentre lui, essendosi rifiutato di accostare, faceva manovra sullo spartitraffico. Non aveva armi con sé. Solo una cassetta degli attrezzi. Aveva appena scaricato del legno d’arancio sul mio vialetto.

«Io non esco» disse Piedi, le mani sul volante.

«Lo so! Vado io» dissi. Dovevo prendere il portafoglio.

«Se le dà fastidio…» stava dicendo lui.

«Sto andando!» esclamai. Sapevamo entrambi che era la cosa migliore da fare. Mi chinai per prendere il mio portafoglio rosa. A me spetta la parte della brava mammina bionda. A scuola, alle partite di pallacanestro, agli incontri con i professori, nell’ufficio del preside quando un ragazzino dà della negra alla Piccola e il vicepreside vede il mio ex marito – camicia larga, occhiali da sole neri, braccia grosse come quelle di un giocatore della NFL ed espressione minacciosa – e fa una faccia come se stesse per svenire.

A me spetta sorridere e capire che sta succedendo.

Quando scesi dall’auto, il poliziotto mi stava già guardando e la Studiosa mi indicava.

Il traffico passava ruggendo sulla strada, a pochi passi da noi. Mi tolsi gli occhiali da sole e sfoderai un sorriso tirato. Chi sorrideva così? (Chi aveva fatto qualcosa di sbagliato scatenando le ire di qualcuno, ecco chi).

«Perché si è fermata? Che sta facendo?» mi chiese in tono perentorio il poliziotto.

«Quelli sono mia madre e mio padre» disse la Studiosa, contrita. Non aveva paura. Era arrabbiata. Come sempre.

«Stiamo andando a festeggiare un compleanno sulla spiaggia!» risposi tutta sorridente. «Io e suo padre non volevamo lasciare indietro i ragazzi. Con questo traffico chissà se ci saremmo ritrovati!»

Le piccole donne detestano quando faccio così. Dopo mi fanno l’imitazione. Detestano che debba farlo e che mi riesca così bene.

«Qual è il problema?» domandai. «È per via di quella stupida cintura?»

(Cos’era quel sorriso?)

L’agente mi studiò, poi si girò a guardare il furgone.

«Uno dei ragazzi non aveva la cintura». Poi, in tono più asciutto: «Se l’è allacciata ora».

Chiese di vedere patente, libretto e assicurazione, e io allegramente feci presente che non sapevo bene dove fossero finiti, che il cruscotto li inghiottiva sempre, e nel mentre controllavo nel portafoglio e tiravo fuori la tessera dell’assicurazione. Era scaduta. L’uomo mi guardò storto, ma risalì in macchina.

La Studiosa si lanciò in un’invettiva contro lo Stato della California, sempre a caccia di entrate facili, mentre io mi chinavo e dicevo a Laurie: «Ma come, non avevi la cintura? Te la metti sempre!»

«Io non c’entro. Parlava di Bink» rispose lui.

Bink, diciannove anni, aveva la pelle più scura di lui, portava i capelli raccolti in una cuffia nera e una maglietta larga, anch’essa nera. Alzò gli occhi al cielo, furibonda.

«Sta tornando» disse qualcuno. L’agente si fermò dall’altro lato del furgone. «Il passeggero nero dovrebbe aprire la portiera. Apra» disse.

Bink aprì lentamente la portiera.

Il poliziotto le chiese la patente. Non si scusò di averla scambiata per un maschio. Ma non chiese né a lei né a Laurie di scendere dall’auto. Sospirando scacciai dalla mente immagini di persone distese a faccia in giù sull’asfalto. L’agente compilò la sua multa, mentre Laurie guardava dritto davanti a sé, verso la nuca della Studiosa, e anche la Piccola tenne lo sguardo fisso in avanti, fuori dal tergicristalli, e io sapevo che Piedi stava osservando tutto attraverso il parabrezza, immobile. Rimasi in piedi accanto allo sportello del guidatore, finché non fu tutto finito.

Fu solo più tardi, quel giorno, che sentii di nuovo quel sorriso comparirmi sulle labbra. Il sorriso di una pazza.

Sula di Toni Morrison. Madre e figlia sono in treno, stanno attraversando l’Ohio dirette in Louisiana, e quando il capotreno bianco le rimprovera di non essere sedute nella carrozza riservata ai neri, la madre gli rivolge un sorriso, placido, superfluo, e i passeggeri neri provano odio nei suoi confronti, e la figlia si vergogna del colore della sua pelle, e della sua debolezza.

Appena venti miglia prima, fuori Corona, stavo raccontando al mio ex marito delle cose che avevo sentito dire. Un giorno avevo dato un passaggio a casa a uno dei miei tanti nipoti dopo l’allenamento di football. Ero con la Studiosa. Insieme eravamo rimasti a lungo sul vialetto della casa del padre di mio suocero, a parlare con due suoi fratelli, tre cugini e un amico di famiglia. C’era sempre un discreto viavai sul vialetto perché in casa non c’era l’aria condizionata, e fuori c’erano le birre in fresco, le sdraio, i tavoli per giocare a carte, e le casse dello stereo fissate ai supporti in ferro battuto della tettoia. Era il quartier generale dell’intero rione.

Parlavamo dell’articolo apparso sul giornale, quello che descriveva l’episodio avvenuto nel 2006 in cui il fratello del nostro allenatore era stato ammazzato a colpi di pistola. La commissione d’inchiesta non aveva trovato prove, nonostante il ragazzo fosse stato fermato tre volte nell’arco di trenta minuti, la prima «perché aveva un’aria strana» e la seconda perché quando la polizia si era messa a inseguirlo, lui si era fermato a un segnale di Stop e aveva fatto inversione. Il rapporto ufficiale riferiva che si era opposto quando gli agenti avevano cercato di farlo salire sulla volante per portarlo in centrale e interrogarlo. Alcuni testimoni sostenevano che tremasse come una foglia e che gli agenti avevano minacciato di arrestarlo. Dei poliziotti avevano sparato a suo fratello quando lui era ancora piccolo. A detta di un agente il ragazzo aveva fatto per prendergli il Taser e l’altro poliziotto gli aveva sparato. I testimoni, per lo più parlanti spagnolo, dissero che era una menzogna, il ragazzo non aveva affatto allungato la mano.

Mr. T, un amico comune, era stato fermato quell’anno nel quartiere a maggioranza bianca in cui abitava da oltre dieci anni. Gli agenti sostenevano che corrispondesse alla descrizione di un sospettato di furto. L’uomo gli aveva mostrato il documento. Il sospettato era descritto come un soggetto di un metro e ottanta per ottanta chili, sulla trentina. Mr. T è poco più che un metro e settanta, in carne, sulla sessantina. Gli era stato ordinato di scendere dall’auto e sdraiarsi sul marciapiede. Lui si era ripetutamente rifiutato ed era stato trattenuto per più di un’ora, mentre gli agenti lo insultavano tempestandolo di domande.

Il cognato di qualcuno era stato fermato alle cinque di mattina mentre si recava in bicicletta al lavoro. È il custode di un istituto professionale. Gli avevano fatto presente che gli spacciatori di questi tempi giravano di frequente in bicicletta. Si era beccato una multa perché non indossava il giubbotto catarifrangente.

Il padre di un compagno di pallacanestro era stato costretto a restare per un’ora sdraiato e ammanettato sul vialetto di casa sua. I vicini avevano chiamato la polizia perché non l’avevano riconosciuto, lì seduto sul suo muretto. Era in tuta, stava facendo giardinaggio. È un agente della polizia di Los Angeles.

Ogni singolo amico o parente aveva la sua storia da raccontare.

La Piccola quell’anno aveva ricevuto la sua prima multa, a gennaio. L’agente l’aveva seguita per cinque miglia e l’aveva fatta accostare nel parcheggio di un locale di spogliarelliste. Il nostro Laurie era seduto sul sedile del passeggero. L’avevano interrogato approfonditamente, su chi fosse, su dove abitasse. Il poliziotto non voleva credere che avesse diciassette anni. Mia figlia mi aveva chiamato in lacrime. Aveva paura di come avrei reagito.

E aveva ragione. Ero furiosa, ma non per via della multa. «Ma ti rendi conto che quando ti fermano, metti in pericolo D—» le urlai. «Rischia la vita. Non ti azzardare mai più a superare i limiti neanche di quattro miglia! Potevano sparargli, potevano ucciderlo!»

Non tutte le madri dicono cose del genere ai propri figli.

Impiegammo altre due ore per raggiungere Huntington Beach e trovare un parcheggio.

L’omone nero di un metro e novanta e quello di due metri si accomodarono sulle loro sedie. Erano circondati da noi e altre sei ragazze sedute sulle coperte, tutte amiche della Piccola, intente a mangiare pollo, anguria e cupcake.

Piedi non si avventurò in acqua come faceva sempre quando le ragazze lo chiamavano balena e lui spiccava un balzo ricadendo in acqua di schiena. Quel giorno lesse e sonnecchiò tutto il tempo. Aveva dormito due ore.

Il nostro Laurie entrò in acqua. Rimase solo a lungo, al largo fra le onde impetuose, e siccome era così alto, l’acqua gli arrivava ancora al petto.

Piedi aveva dei bellissimi capelli afro. Nel 1979 quando vivevamo ancora insieme, ci mettevamo davanti allo specchio e con il suo minuscolo e antiquato asciugacapelli io mi facevo i capelli alla Farrah Fawcett e lui si asciugava i suoi.

Li portava corti, ora, sotto il berretto da baseball.

Dal berretto di Laurie invece spuntavano sempre le treccine. Erano loro a rendere nervosa la gente. E il berretto. E i pantaloncini larghi. Quelle treccine gliele faceva la madre ogni settimana e gli attraversavano la testa in disegni elaborati ricadendo sulle spalle.

«Perché tutti prendono in giro il cocomero e il pollo fritto? Perché parlano sempre di Barack e di cocomeri?» domandò la Piccola.

«Oddio, ma non sai proprio niente? Va’ un po’ a leggerti la nostra storia» rispose la Studiosa.

«Perché tu non mangi mai il cocomero, papà?» chiese la Piccola al padre.

«Perché ha un saporaccio» rispose lui. «Come i piselli. Me li facevano mangiare da piccolo e ora sono cresciuto».

Era rilassato sulla sedia, mezzo addormentato. Aveva i piedi coperti di sabbia.

Quando ero incinta della Studiosa, la combriccola del vialetto ci prendeva in giro. «Tu hai dei piedini minuscoli e lui delle zattere. Che diavolo di bambina verrà fuori?»

Chi fu a dirlo? Lui, o uno dei suoi fratelli? O forse l’ho sognato? «E se viene bassa con i piedoni? Sembrerà uno di quei pagliacci che li prendi a pugni e loro si rialzano sempre, su quei piedi di cartone».

Quella sera chiamò alle undici e un quarto. Era di turno. «Sono tornati?» chiese piano, con la voce ansiosa che riecheggiava fra le mura spoglie della prigione.

Avevamo lasciato la spiaggia dopo sole due ore. Lui aveva bisogno di dormire prima di rientrare al lavoro.

«Sono rientrati quindici minuti dopo di noi» gli dissi.

«Sul serio?»

«Forse avevano freddo» dissi.

Forse avevano paura. Non lo dissi. «Sei di guardia? Non è che ti addormenti, eh?»

Disse che stava compilando il calendario delle udienze per i ragazzi che sarebbero stati portati lì l’indomani mattina. Doveva torchiarli, prepararli. Aveva già raccontato a tutti della cintura di sicurezza. Quell’estate anche molti suoi colleghi erano stati multati. «Servono soldi» ripeté. Poi disse «Ho chiamato solo per sapere se erano tornati», e riattaccò.

Rimasi lì, in piedi sulla soglia. Il nostro Laurie era seduto sul divano con le piccole donne che lo tormentavano mentre si scioglieva le treccine incrostate di sabbia. Non lo avevano mai visto con i capelli sciolti e insistevano per fargli le foto col cellulare.

*

Susan Straight è autrice di sette romanzi. I suoi saggi e articoli sono apparsi su The New York Times, Los Angeles Times, The Nation, McSweeney’s e Zoetrope. Vive a Riverside, California.

Titolo originale Travels with My Ex @ Susan Straight, all rights reserved