Ephron, French, Jong

di Elizabeth Isadora Gold

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IN CUI SI PARLA DI: Paura di volare, Una ragazza per Holden Caulfield, sangue nella letteratura, Marilyn French, solitudine degli appartamenti di Manhattan, lesbiche, favole, archetipi femministi, The Ladies’ Home Journal, compassione per gli uomini, Berkeley, Città del Peccato, aborto, Maureen Dowd, veterane del femminismo, tre generazioni di scrittrici.

… e altre donne che hanno ispirato ed esasperato le scrittrici femministe per una ventina d’anni.

 

Questo pezzo è apparso originariamente su The Believer, numero 46, agosto 2007

 

A Heidelberg ho cominciato due romanzi. Entrambi raccontati in prima persona da un maschio. Davo per scontato che nessuno sarebbe stato interessato al punto di vista femminile. Inoltre non volevo rischiare di essere definita come vengono definite di solito le scrittrici donne (anche quelle brave): «Intelligente, spiritosa, brillante, commovente, ma manca di una vera prospettiva». Volevo scrivere su tutte le cose del mondo. Volevo scrivere Guerra e Pace… o niente. Niente temi «femminili». Volevo battaglie, corride e safari. Soltanto che non sapevo proprio niente di battaglie, corride e safari (e in realtà non ne sa niente nemmeno la maggior parte degli uomini). Languivo nella frustrazione più totale, pensando che gli argomenti che conoscevo erano «triviali» e «femminili»… mentre gli argomenti che non conoscevo per nulla probabilmente erano «profondi» e «maschili». Qualunque cosa facessi, pensavo, era destinata al fallimento. Potevo fallire scrivendo o non scrivendo. Ero paralizzata.

– Erica Jong, Paura di volare

 

Avevano idee intollerabili, ma peni di seta.

– Erica Jong, Paura di volare

 

Nel 1986 Paura di volare ha fatto di me una femminista. O se non altro mi ha impedito di mettere da parte quell’ossessione per il femminismo che aveva da bambina. Ero tra la prima e la seconda media ed ero appena tornata dal mio primo campeggio estivo. Avevo imparato a mie spese che ai balli, che avevano luogo a cadenza settimanale, i ragazzi di dodici anni non gradivano la compagnia di quelle come me, che si vestivano un po’ da zingare, che avevano sempre dietro un libro e dicevano tutto quello che gli passava per la testa. Non che mi illudessi che sarebbero stati attratti dalla mia fissazione per le sorelle Brontë o per l’ambiente. Semplicemente non immaginavo che in amore facessero la differenza. Tornai a casa in agosto pensando che mi servivano dei vestiti nuovi e hobby meno strani.

Quell’hippie di mio padre, sempre preoccupato che potessi tradire la mia educazione e conformarmi al suo stile di vita, venne in mio aiuto con Erica Jong. «Questo qui è un libro importante su cosa significa essere donna» mi disse. «Si parla di sesso, ogni tanto, e immagino non sia molto adatto a te – magari saltale, quelle parti – ma i capitoli su sua madre sono molto commoventi». Io mi ero fermata alla parola «sesso». Iniziai a leggere immediatamente.

Ero una lettrice ossessiva, in particolar modo di libri scritti da donne. Tuttavia molti dei miei preferiti erano scritti da uomini. Da Huckleberry Finn al Lamento di Portnoy erano tutte letture più emozionanti, più coraggiose rispetto a quelle delle scrittrici. Me li riscrivevo in testa, affiancando a Holden Caulfield una ragazza che fosse dotata di altrettanto ingegno e insofferenza.

Paura di volare era diverso, e non solo perché scopavano tutti. La protagonista, Isadora Wing, è intelligente, bella e un po’ rotondetta. Da tipica cittadina newyorchese acquista bei vestiti e pubblica libri di poesie. E sul piano simbolico il flusso mestruale di Isadora trova il suo corrispettivo nel fegato malandato di Portnoy. Ciò che davvero colpisce, tuttavia, è che Isadora è molto più interessata alla scrittura che a conquistare uomini o possedere oggetti. Certo, tutto il tempo passato a rotolarsi nei letti di tutta Europa con uno strizzacervelli sempre arrapato deve aver sottratto tempo alla sua arte, ma ero sicura che le sia servito come materiale per i suoi romanzi, oltre che come esperienza in sé. Dopotutto, forse il mio amore per Jane Eyre non mi avrebbe condannato al suo stesso infausto destino.

Bramavo più Isadore su carta, donne decise, combattive della generazione di mia madre che si erano rifiutate di imparare a battere a macchina perché volevano scrivere libri invece che copiare sotto dettatura. Spesso si trovavano, sebbene fossero difficili da scovare, in edizioni tascabili consunte le cui modeste dimensioni erano la conferma che contenessero segreti: Donne di Marilyn French (1977); Regina di bellezza (1972) e Burning Questions (1978) di Alix Kates Shulman; Loose Change di Sara Davidson (1977); Crazy Salad di Nora Ephron (1972); L’eunuco femmina di Germaine Greer (1970); e il proseguimento di Paura di volare di Erica Jong, Come salvarsi la vita (1977).

Con un ritmo incalzante e ricco di colpi di scena, quei libri trattavano temi – l’ambizione e l’amore, la famiglia e il lavoro – che (ahimè) sono importanti oggi come lo erano allora. In un’epoca in cui era assolutamente ovvio che alle donne intelligenti non importasse un fico secco di capi firmati, wedding planner e personal shopper, non si suggeriva mai che lo shopping fosse la soluzione a qualunque problema (quando Isadora Wing acquista un paio di sandali da gladiatrice sexy, lo fa dopo una seduta di terapia, durante una passeggiata per Manhattan, mentre pensa alla vita, all’arte, all’amore, al sesso, alla scrittura e alla politica). I momenti di introspezione conducono al cambiamento, non a un’ulteriore introspezione.

Diventati best-seller negli anni Settanta, all’apice del Movimento Femminista, quei libri raccontano una storia comune (che spesso è il riflesso di quella delle autrici stesse). Una ragazza sveglia passa dall’essere una bambina ingenua e ottimista a un’adolescente repressa, e infine diventa una donna taciturna e infelice. Gli anni Cinquanta sono un incubo. Con i Sessanta va già meglio, sebbene siano tempi confusi e snervanti. Poi, negli anni Settanta, il mondo cambia e la nostra eroina scopre di non essere sola: altre donne come lei hanno gli stessi pensieri, provano gli stessi sentimenti. Divorzia dal primo marito e (a) torna a studiare, (b) diventa una scrittrice famosa, (c) ha esperienze lesbiche, (d) si ritrova a vivere sola in un appartamento di Manhattan o (e) tutte le suddette insieme.

Questo archetipo, lo riconosco, è rappresentativo soltanto delle scrittrici più visibili nella corrente del femminismo degli anni Settanta: donne bianche, colte, ebree (o cattoliche), frustrate, in cerca di un buon lavoro come di un bravo amante – materiale da La mistica della femminilità. Rispondendo io stessa a questa descrizione, mi sento coinvolta. Tuttavia abbraccerei una visione riduttiva, generalista e spesso criticata del femminismo se non raccomandassi anche La giungla di fruttirubini (1973), l’innovativo romanzo di Rita Mae Brown la cui protagonista, Molly Bolt, una lesbica appassionata di Raggamuffin, è una seduttrice seriale; poi ci fu la commedia Per ragazze di colore che hanno pensato al suicidio quando l’arcobaleno basta di Ntozake Shange, che sbancò i botteghini di Broadway nel 1976 – una «coreopoesia» tutta nera, tutta femminile con versi come «Ho trovato dio in me stessa e l’ho amata fieramente». Alcune scrittrici femministe si servono (seguendo l’esempio di Audre Lorde) degli strumenti del padrone – generi come satira, fantascienza e crime – per smantellargli la casa[1]: nell’ordine, Legami di sangue (1979) di Octavia Butler e i successivi romanzi; Sheila Levine Is Dead and Living in New York (1972) e David Meyer is a Mother (1976) di Gail Parent; In cerca di Goodbar di Judith Rossner (1975).

Queste opere si fondano su presupposti circa i ruoli di genere e sessuali che oggigiorno, grazie a Dio, risultano obsoleti come le gonne a ruota: l’essere donna rende di per sé vittima di oppressione e sessismo; la maggior parte degli uomini non riconosceva un clitoride nemmeno quando se lo trovava davanti; è bello fare figli ma dopo il primo la vita finisce.; la marijuana è un rifugio; se non sei mai stata stuprata è per pura fortuna; diventare lesbiche è un’opzione soprattutto in un mondo di uomini insensibili ai bisogni delle loro mogli. Alcune di queste convinzioni non sono poi così retrograde, sebbene siano diventate meno diffuse dopo gli sconvolgimenti portati dal movimento delle donne. L’amicizia fra donne è un porto sicuro nella tempesta. La compiacenza non è salutare. Il personale è politico. Un reale cambiamento non si ottiene mai senza lotta.

Studiando attentamente le fotografie riportate sulle copertine dei libri sopracitati mi sono confortata pensando che quelle donne se la passavano piuttosto bene, a dispetto (o per via) della loro scelta rivoluzionaria. Dotate di folte chiome corvine o fulve e un sorriso a trentadue denti, quelle donne dalle camicie dall’aria costosa giravano l’Italia, si attardavano con santoni e celebri mistici, scrivevano straordinari romanzi. Avevano di meglio da fare che uscire con i Portnoy o gli Holden Caulfield di turno. Avvolte in caffetani e indifferenti agli uomini, quelle scrittrici – come le protagoniste dei loro romanzi – respingevano gli stereotipi del focolare domestico e della famiglia, permettendomi di assaporare ogni loro parola con spensieratezza adolescenziale.

In quanto lettrice, e giovane donna, le avrei seguite ovunque e sotto molti aspetti è quello che feci: mi iscrissi alla Barnard (l’università di Jong), scrivevo saggi sulla politica di genere alla Ephron maniera, davo filo da torcere a tutti i professori maschi, ai capi e ai cascamorto che incontravo sulla via. Una mezza vita dopo ho deciso di rileggere quei libri. Stavo scrivendo il mio primo romanzo, sulle donne contemporanee, e avevo bisogno di qualcosa che mi zavorrasse a terra.

 

Nella grande letteratura del passato le donne avevano due possibilità: sposarsi e vivere per sempre felici e contente, o morire. Così non è nella realtà… Immaginiamo per un attimo che Antigone fosse viva. Un’Antigone che andasse avanti a fare l’Antigone, anno dopo anno, non solo sarebbe ridicola, ma anche di una noia fatale. Caverna e corda sono fondamentali.

– Marilyn French, Donne

A tratti struggente, sconvolgente ed esilarante, Donne è forse il romanzo femminista più conosciuto dopo Paura di volare. All’inizio la protagonista, Mira, è l’incarnazione della «brava casalinga» anni Cinquanta, che tuttavia porta il fardello di una spiccata intelligenza, del tipo che la rende più un bersaglio che una figura da ammirare nel contesto provinciale in cui si muove, fatto di cocktail party e chiacchiere da giardino. La storia di Mira è la storia di altre casalinghe come lei, la maggior parte delle quali spesso e volentieri impazziva. Suo marito, Norm, a un certo punto la lascia sola con due figli adolescenti. In un modo o nell’altro Mira riesce a conseguire il dottorato in letteratura inglese ad Harvard, nonostante il fermento del 1968.

Sebbene sia di mezza generazione più grande di Isadora Wing, Mira si immerge anima e corpo nella controcultura. Diventa un’intellettuale brillante e una madre migliore: trasforma i figli da copie carbone del padre in giovani uomini dal cuore sensibile e dalla mentalità aperta. Ma prima di ogni altra cosa finalmente ha degli orgasmi, senza stare a recriminare sul fatto che fossero vaginali o clitoridei – senza scomodare Freud nella tomba, insomma. In seguito a questo risveglio sessuale si innamora per la prima volta. Tutte queste trasformazioni vengono raccontate parallelamente a quelle delle amiche, sue compagne nel viaggio verso il femminismo.

Naturalmente la speranza degli anni Sessanta di scatenare una rivoluzione si spense presto. Mentre the Weathermen si separava dalla sds e la Guardia Nazionale apriva il fuoco sugli studenti della Kent State University, Mira si sente chiedere dal suo uomo di assecondare la sua carriera e badare ai suoi figli. Gli amici di Harvard cadono nella trappola delle confraternite studentesche. Val, la donna cui Mira si sente più vicina, perde la vita mentre lotta in prima linea in nome degli ideali femministi.

Il libro si chiude che sono ormai gli anni Settanta. Ritroviamo Mira che passeggia da sola sulla costa del Maine, avvolta nel suo poncho (esiste forse un capo di vestiario che evoca meglio la solitudine?). Ora fa l’insegnante in un piccolo college. Ha scelto di restare sola con la letteratura, piuttosto che rinchiusa in una gabbia d’oro con dei ragazzini urlanti e una bottiglia di whisky come unica compagnia. Ah, dimenticavo: qual è il suo campo di specializzazione? Le favole, naturalmente. Marilyn French lascia decidere al lettore se questo sia per Mira un lieto fine o meno.

Burning Questions di Alix Kates Shulman è un’altra favola femminista, sebbene l’alter ego dell’autrice, Zane IndiAnna, non vanti una scarpetta di cristallo, né un principe o una zucca. Si adopera invece per fare incoronare Miss America una pecora, nel bel mezzo della parata di Atlantic City.[2]

Zane, ex beatnik e adolescente negli anni Cinquanta, arriva a New York per sperimentare ogni cosa. Non avendo la laurea né particolari mire oltre a stare dov’è l’azione, opta per il matrimonio. Due figli più tardi si trova a trascorrere i suoi pomeriggi con l’altrettanto annoiata amica Kitty, al giardinetto dei giochi di Washington Square Park. Come Mira, Zane ama i suoi bambini, ma desidera di più dalla vita che spingere altalene. Kitty una sera tardi la chiama: «Vai su People’s Radio» dice. «Ci sono delle tizie che parlano. Sembriamo noi. Solo che invece che essere in due, pare che siano un gruppo. E invece che starsene lì a parlare, hanno intenzione di agire».

Così ha inizio la nuova vita di Zane. Diventa una delle prime femministe radicali, partecipa alla stesura del manifesto per la costituzione di un gruppo di presa di coscienza,[3] e pianifica azioni nel Village. Tuttavia, anche quando si identifica con rivoluzionarie del calibro di Emma Goldman e Rosa Luxemburg, Zane ribadisce di dover dimostrare di essere alla loro altezza «compiendo atti significativi ed eroici».

Comunque sia. Il romanzo culmina con la celebre marcia delle donne del 26 agosto 1970 e Zane è in prima linea. Non tira Molotov, magari, ma non è quello il giorno giusto. Nella sua voce si percepisce un fervore militaresco:

Sono salita sulla metropolitana mezz’ora prima, con i bambini e un passeggino; un’ora dopo pareva che tutte le donne di New York fossero determinate a marciare trionfanti sulla Fifth Avenue. Donne che fino a un istante prima sorridevano dolcemente su MacDougal Street, donne che lavoravano nella Uptown, madri con bambini piccoli sulla schiena e ancora più piccoli nel passeggino, giovani donne dagli abiti estivi. Venivano dal lavoro, dalla scuola, da casa, da fuori città, in gruppi, con la famiglia, da sole.

Nonostante la sofisticatezza del pensiero politico, l’innocenza di questo entusiasmo lascia a bocca aperta. Mi piacerebbe pensare – figuriamoci avere il coraggio di scrivere – che un marcia sulla Fifth Avenue possa cambiare il mondo. La rassegnata dolcezza con cui accetta che il prezzo da pagare per la liberazione personale è alto (il suo matrimonio finisce), trova ricompensa quando inizia a insegnare women studies alla New School. In ultima analisi Zane si è realizzata, diventando una personalità del Village – ma alle sue condizioni. È sola, sì, ma altre donne vengono dietro di lei, aiutandola a «mantenere accesa la fiamma pilota». Di fatto non è più sola.

Per quanto ammiri l’ascetismo di Zane in astratto, non potrei mai identificarmi con lei. Sono troppo attaccata alle mie comodità per rinunciarvi in nome della causa. E sono scettica verso la retorica della rivoluzione. Motivo per cui ringrazio Dio per Nora Ephron. In molti la conoscono oggi per aver diretto Insonnia d’amore, ma negli anni settanta scriveva del movimento femminista borghese su Esquire e New York. A metà tra Dorothy Parker e Rob Reiner (sua futura collaboratrice in Harry ti presento Sally), Nora Ephron era consapevole delle proprie responsabilità, spesso contraddittorie, di attivista e giornalista.

Crazy Salad è una raccolta di alcuni suoi saggi brevi scritti nel periodo del movimento delle donne. I temi che trattava, da Gola Profonda all’aborto come esperienza personale, pssando per le competizioni culinarie, mi risultarono nuovi la prima volta che lessi il libro, più o meno nel periodo in cui lessi Paura di volare. Il suo grande dono era la capacità di ridere di sé e di altre femministe. Alcune sue osservazioni sono pungenti come succo di limone. Avrei tanto voluto aver scritto io il pezzo in cui racconta della sua esperienza come editor della rubrica femminista di Ladies’ Home Journal:[4]

L’episodio che mi è rimasto più impresso è stato quello in cui hanno letto ad alta voce la prima bozza dell’articolo sul sesso. La prima donna a parlare, pensai, parlava in toni abbastanza ragionevoli: «Ritengo» scriveva «che diventando più consapevole di me stessa, lo sono diventata sempre più anche della mia sessualità». La seconda donna – e, badate bene, questa sarebbe dovuta essere una conversazione – disse: «Non ho mai avuto sensibilità a livello della vagina». Pensai che l’unica risposta possibile a un’osservazione del genere fosse: «Caffè, tè, latte?».

Colpo di scena: questo brano appare in «La verità e le sue conseguenze» – un saggio sull’etica del giornalismo – in riferimento all’espressione (a parole o per iscritto) di un giudizio negativo nei confronti del movimento delle donne. «Io sono una scrittrice e una femminista,» aveva scritto qualche pagina prima nello stesso saggio «e le due cose sembrano essere in eterno conflitto». Per quanto la brutale verità – nello stile di Donne – fosse necessaria al femminismo per fare presa, il mordace punto di vista della Ephron fu utile al movimento per mantenere una certa forma di autocritica.

Sara Davidson ringrazia la Ephron nell’introduzione a Loose Change, saggio in cui si narra dei percorsi di vita di tre ragazze ebree negli anni Sessanta. Il suo sguardo, tuttavia, è più sentimentale di quello della Ephron. La Davidson è una hippie, e si sente. I temi che tratta nel libro fanno inizialmente riferimento al primo anno delle ragazze alla Berkeley, il 1965. Tasha è la tipica bionda californiana, con un debole per i ragazzi romantici; Susie, che non ha mai avuto un orgasmo, abbraccia il femminismo radicale; e poi c’è la stessa Davidson, una giornalista in erba che non riesce a fare a meno di lasciarsi coinvolgere dai temi di cui scrive. Queste giovani donne non sono solo un prodotto degli anni Sessanta. Sono gli anni Sessanta: cambiano ragazzo di continuo, vanno ai ritiri spirituali Sufi, assumono allucinogeni, fanno saune, imparano ad aggiustare motori e a cucirsi da sole i vestiti, piangono, divorziano e si imbottiscono di sedativi.

Come le amiche di Mira in Donne, anche le ragazze di Loose Change sono a tutti gli effetti un gruppo di presa di coscienza. La loro individualità conta meno dell’esperienza collettiva. Mentre Sara sonda le tendenze della controcultura, Susie sposa un attivista di Berkeley e gli dà un figlio, mentre Tasha gestisce una galleria d’arte a New York. «Montò in macchina e guidò fino a Venice per lavorare con Veterani del Vietnam Contro la Guerra» scrive la Davidson di Susie, che dopo un periodo di attivismo nel sud ovest si trasferisce a Los Angeles. «Si sentiva a casa seduta in vetrina, con tutti quei vecchi poster, i capelloni e i telefoni che squillavano». E c’è Tasha, che apprende la meditazione e incontra persone che «parlano di cose assurde tipo il kundalini, una forza invisibile che si annida dentro di noi, arrotolata su se stessa come un serpente alla base della colonna vertebrale, ma che si può risvegliare tramite certi movimenti del corpo o la respirazione».

E poi c’è Sara, prigioniera di un matrimonio infelice, che cerca un modo per scacciare l’ansia e la paura: «Io e Noel ci vedevamo nei ristoranti e parlavamo di Dio, dell’amore, e ogni volta pensavo, Questa è l’ultima volta. Ma un giorno sono andata a trovarlo all’Institute of Ability dove abitava in una mansarda con le pareti dipinte di giallo».

Io le conoscevo bene quelle donne. Le avevo avute intorno per tutta l’adolescenza, se ne stavano nella mia cucina con una tazza di tè verde in mano, a rivangare ricordi con mia madre, oppure ci portavano alla sala da tè russa quando andavamo a trovarle a New York. Parlavano apertamente di uomini e di sesso, stavano dalla mia parte quando litigavo con la mamma, avevano appartamenti pieni di fotografie e souvenir di viaggi, e biancheria sexy appesa al portasciugamani in bagno. Ho sempre pensato che la mia vita sarebbe stata come la loro: libera seppur difficile, piena di decisioni da prendere e storie d’amore tormentate.

Anche dopo che la Davidson ha descritto Tasha come eternamente «in un oscuro viaggio, [immersa] in luoghi dove il sole, il calore o l’aria non arrivano» – la frase meno anni Sessanta che abbia mai letto – è quasi una delusione scoprire che i problemi si risolvono tutti nel momento in cui le ragazze smettono di avere così tanto bisogno degli uomini. Crescendo, Tasha, Susie e Sara diventano donne più posate: una scrittrice rinomata, un medico specializzato nell’allora innovativo approccio ginecologico informale e una proto-yuppie con un marito gentile e un bell’appartamento nell’Upper East Side. È un finale agrodolce che tuttavia reca la stessa promessa di Donne, Crazy Salad e opere simili: per le generazioni future forse non sarà così dura.

Le autrici in questione non furono universalmente apprezzate dopo l’uscita dei loro libri. Sul New Statesman Paul Theroux etichettò la protagonista di Erica Jong, Isadora Wing, con l’espressione «pudenda di mammut». La recensione di Donne firmata da Christopher Lehmann-Haupt per il New York Times si concentrava in larga parte sui personaggi maschili del romanzo, concludendo che si trattava di «un libro che le donne leggeranno per trovare sollievo dalle proprie vite. Dispiace solo che agli uomini non sia riservata la stessa compassione». Anatole Broyard (sempre sul New York Times) non si limitò ad analizzare la prosa di Crazy Salad ma alluse anche alla piacevolezza d’aspetto della stessa Nora Ephron. «La moderna versione di una pin-up, una donna che diversi uomini che conosco apprezzerebbero alquanto e da cui si lascerebbero volentieri confortare» scrisse. Per prendere in prestito le parole usate dalla Ephron nel saggio su Gola profonda contenuto all’interno di Crazy Salad: «Gli uomini con cui stavo fingevano di non conoscermi poi, siccome mi ostinavo ad assillarli con le mie recriminazioni, mi assicuravano che stavo esagerando… Ma io mi rifiutavo di calmarmi».

Quando la donna scriveva, sotto giudizio non c’era solo il suo libro ma anche la donna stessa. «I pregiudizi legati a Donne sono parte del libro stesso» osservò Anne Tyler sul New York Times Book Review. «Anzi, è proprio questo il punto». La stessa Erica Jong scrisse un articolato saggio su Loose Change individuando nel suo romanticismo e solipsismo una perfetta elegia degli anni Sessanta. «Perché gran parte delle nostre rivoluzionarie più appassionate (che fossero di sinistra, nere o femministe) a un certo punto ha abbandonato la speranza di cambiare l’America per darsi alla meditazione yoga?» si chiede.

Quello che la Jong forse non poteva immaginare era che trent’anni dopo le donne – e le scrittrici – avrebbero avuto non poche difficoltà anche solo a mantenere i territori conquistati, sia sulle pagine che nella realtà. La stessa Jong le critica per la loro mancanza di coinvolgimento nella politica e condanna la chick lit per la sua ossessione con «il fatidico anello, il matrimonio, il passeggino». La settantenne Marilyn French incontrò diversi ostacoli alla pubblicazione del suo ultimo romanzo, In The Name of Friendship – bollato come mera «nota d’accompagnamento» a Donne. Un editore (donna) le disse di «provare a scrivere qualcosa di più simile a Il diaro di Bridget Jones».

Tra un film e l’altro, Nora Ephron è tornata alla saggistica. La sua ultima raccolta di saggi al vetriolo, Il collo mi fa impazzire (2006), parla di invecchiamento. È un libro molto divertente, ma mi piacerebbe tanto poterle dire che abbiamo ancora bisogno della vecchia Nora, di un punto di riferimento e una mentore per le giovani donne che ancora lottano.

Dov’è finita la rabbia? Di recente è uscito sull’Huffington Post un resoconto di un suo viaggio a Las Vegas. Nella prima parte non fa che ribadire il suo amore per la Città del Peccato, e per le bistecche che vi si possono mangiare («Una bistecca che era la fine del mondo, la migliore della mia vita, e vi assicuro che di bistecche ne ho mangiate tante»). Prosegue raccontando di una visita a un amico, il magnate dei casinò Steve Wynn, il quale in quell’occasione accidentalmente sfonda con il gomito un Picasso del valore di 139 milioni di dollari.

Qualche settimana dopo l’uscita del pezzo, guarda caso mi sono dovuta recare a Las Vegas. Sulla chiave della mia stanza, in stile tomba egizia, del Luxor Hotel, comparivano i ritratti delle ballerine del Fantasy, uno spettacolo offerto dall’albergo (donne di plastica, anoressiche, con enormi tette finte strizzate in reggiseni push-up dai colori sgargianti, immortalate in pose accattivanti). Non ho niente contro le spogliarelliste o il porno, ma ogni volta che infilavo la tessera nella porta mi stridevano i denti. Ma la Ephron è cieca?, pensavo. Aveva visto quelle ragazze ed era riuscita soltanto a dire: «Adesso mi andrebbe proprio una bella bistecca!»? Al mondo ci sono problemi ben più gravi, lo so, e la Ephron si esprime ancora con sferzante rabbia nei confronti dell’attuale situazione politica. Allora perché non ha collegato il buon cibo, il Picasso di Wynn e l’agghiacciante industria sessuale che è Las Vegas? È sempre lo stesso giro di soldi, dopotutto.

«Dopo Roe contro Wade,» mi ha detto di recente mia madre «restare incinta per una donna era diventato come essere chiamati al servizio militare per un uomo. Eri spacciata». Aveva da poco firmato la petizione «Io ho abortito» per la rivista Ms. (il numero dell’autunno 2006) e la cosa mi aveva colpito. Nessuna delle donne della mia età che avesse avuto un aborto scalpitava per vedere il proprio nome stampato su una testata nazionale – almeno non per quel motivo. Se è per questo non conosco nemmeno una persona che legga Ms. Ma del resto non ho nemmeno mai accompagnato un’amica nel retrobottega di un macellaio pregando che ne uscisse viva. Mia madre invece l’ha fatto, molte volte. E come lei sono sicura che l’abbiano fatto anche Nora Ephron, Erica Jong, Marilyn French, Alix Kates Shulman e Sara Davidson.

Le battaglie femministe della mia generazione sono meno drammatiche. Ci preoccupiamo dello scontro tra carriera e maternità (e sull’ostinazione del nostro governo a non produrre soluzioni legislative), di parità salariale a parità di lavoro, di soffitti di cristallo. Nonostante molte donne scrivano di questo – Judith Warner in Perfect Madness: Motherhood in the Age of Anxiety (2005), Allison Pearson in I Don’t Know How She Does It (2002) – la maggior parte si concentra sulla maternità, piuttosto che su questioni più generali che riguardano la donna di oggi.

E poi c’è la cosiddetta chick lit, qualunque cosa significhi. Nel febbraio del 2007 Maureen Dowd ha pubblicato sul New York Times un lungo articolo contro i libri dalla copertina rosa, etichettandoli come chick lit o libri seri vestiti da stupidi. Chiude il pezzo dicendo: «Un tempo si diceva che il romanzo era lo specchio dei suoi tempi. Ora come ora è più una toeletta». Molti lettori e scrittori le si sono rivoltati contro. Le copertine rosa non sono necessariamente brutte e spesso l’autore non ha voce in capitolo su questo genere di scelte editoriali. È già tanto che gli abbiano pubblicato il libro.

A mio avviso gran parte del problema risiede qui: è inimmaginabile oggigiorno che un libro smaccatamente femminista venda milioni di copie, ed è una tristezza. La vita costa, il mondo è stanco, e tutti noi vogliamo solo tirare avanti.

Anni fa ho chiesto a una mia insegnante di scrittura (veterana del femminismo) se quello che scrivevo fosse abbastanza «politicizzato». Mi ero appena laureata ed ero in ansia, perché riuscivo solo a scrivere brevi pezzi sul mio fidanzato e sul dilemma di sposarlo. «Sei una donna e scrivi. È già un atto politico» mi ha risposto. Quelle parole mi hanno fatto ripensare alla mia adolescenza, quando dormivo sonni tranquilli convinta che la rivoluzione fosse là fuori, da qualche parte, e che mi avrebbe aspettato. Non lo penso più. Ed è per questo che è così importante prestare ascolto alle voci delle donne incazzate dalla lingua lunga che ci hanno preceduto.


1. In Sorella outsider (1984) la celebre poetessa e attivista scrive: «Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone. Ci possono permettere di batterlo temporaneamente al suo stesso gioco, ma non ci metteranno mai in condizione di attuare un vero cambiamento. E questo fatto è una minaccia solo per quelle donne che ancora definiscono la casa del padrone come la loro unica fonte di sostentamento». E questo colpisce specialmente considerando l’attuale situazione dell’industria editoriale. Qualcuno ha detto chick lit?

2. Le liberazioniste sabotarono la parata del 1969 con una combinazione tra guerriglia e azioni di disturbo. Purtroppo furono condannate dall’opinione pubblica (anche da altre donne) perché irrispettose degli ideali di sorellanza. Quegli episodi diedero anche origine al mito secondo cui le femministe bruciavano i reggiseni, quando in realtà gettavano oggetti simbolici dell’oppressione femminile – reggiseni, ferri arricciacapelli, scarpe col tacco – nei cosiddetti «bidoni della libertà».

3. La National Organization for Women (now) aveva un format stabilito per i gruppi di presa di coscienza, così come una lista di temi di cui discutere in suddetti gruppi che andavano dalle mestruazioni allo stupro, alla «paura di stare da sole». L’obiettivo era fomentare un «movimento femminile di massa». Nel 1973 vi avevano aderito quasi centomila donne statunitensi.

4. Come alcuni di voi sapranno, all’alba della seconda ondata del femminismo ebbero luogo molte «azioni» contro i luoghi tradizionali del patriarcato. Quando le manifestanti assunsero il controllo degli uffici di Ladies’ Home Journal, l’editor John Mack Carter offrì loro diecimila dollari e dieci pagine della rivista su cui poter avere l’ultima parola. Tuttavia, racconta la Ephron, di fatto erano già loro a scrivere tutti i pezzi.

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Elizabeth Isadora Gold scrive di maternità, musica e femminismo, e i suoi saggi sono apparsi fra gli altri su The New York Times, The Believer, Tin House, The Rumpus. The Mommy Group è il suo ultimo libro. Vive a Brooklyn.

Titolo originale: Ephron, French, Jong © Elizabeth Isadora Gold, 2007, all rights reserved
Fotografia © Mariateresa Pazienza